“Caro Sarri, alle Poste siamo bravi ma non abbiamo avuto il suo coraggio: spero che i miei figli prendano esempio da Lei”. La lettera di un impiegato postale all’allenatore della Juve

Sarri e Poste Italiane, un botta e risposta che ha scatenato le reazioni. La lettera di un impiegato postale all'allenatore della Juventus

“Alla mia battuta scatenate l’inferno”. E’ questa la frase che avrebbe potuto pronunciare Sarri ispirandosi al pluripremiato film “Il gladiatore” e recitando la parte di Massimo Decimo Meridio. E sì perché da una battuta fatta in conferenza stampa, alla vigilia della sfida di Coppa Italia contro il Milan, è nato un vero e proprio pandemonio. I risultati non entusiasmanti della Juventus nelle ultime settimane (sconfitte a Napoli e Verona), con Inter e Lazio che ne hanno approfittato per rifarsi sotto nella lotta scudetto, hanno portato i giornalisti a fare una semplice domanda, del tutto lecita: “Si sente sotto pressione dopo la sconfitta contro l’Hellas?”. Apriamo una piccola ma doverosa parentesi. La Juventus è in piena corsa per tutti gli obiettivi stagionali ed è in linea con le aspettative, dunque è già esagerato parlare di crisi. Ma si sa, il calcio è un mondo strano, al primo inciampo rischi di cadere e farti molto male e alla prima difficoltà vieni subito messo in discussione. Gli allenatori sanno i rischi che corrono. A parlare per loro sono sempre e solo i risultati. E allora giù a tirar nomi di eventuali sostituti (Guardiola, Allegri) che, come fossero spettri, aleggiano e incombono sul povero Sarri dopo soli 8 mesi di Juventus. Già, il tempo, l’altro eterno nemico degli allenatori. Abbiamo assistito a episodi incredibili in questi anni, anzi solo pensando a questa stagione. In estate molte squadre sono ripartite con un nuovo progetto. Ci viene da pensare subito a Milan e Sampdoria. I rossoneri scelsero Marco Giampaolo e i liguri Eusebio Di Francesco. Progetti a lungo termine, dicevano. E invece…esonerati dopo una manciata di partite. Perché, torniamo a ripetere, contano i risultati. Ora, il caso di Sarri è totalmente diverso. La Juve può potenzialmente fare il “triplete” e di criticare un allenatore dopo nemmeno una stagione, permetteteci di usare un cavallo di battaglia del buon Raul Cremona, “ne abbiamo ben donde di siffatte ciufole” (chi ha orecchie per intendere, intenda). Non se ne può più. Fatto sta che la domanda a Sarri è arrivata e il tecnico bianconero, da buon toscano, si è lasciato andare ad una battuta. Sì, perché di questo stiamo parlando di una battuta: “Se non avessi voluto sentirmi sempre sotto esame, avrei fatto domanda alle Poste”. E via al processo mediatico. Giornalisti che criticano le uscite di Sarri, il web che lo mette alla gogna.

E nemmeno ai piani alti di Poste Italiane è andata giù la frase di Sarri, anzi. L’azienda più grande del nostro Paese si è presa addirittura la briga di rispondere con un comunicato ufficiale all’allenatore della Juventus. Stiamo veramente rasentando il ridicolo: “Poste Italiane invita il signor Sarri a dedicare qualche minuto del suo prezioso tempo per informarsi che Poste è la più grande azienda del Paese – si legge -, che viene scelta dai giovani laureati come tra le aziende più attrattive in cui lavorare, che è riconosciuta tra le prime 500 aziende al mondo per qualità della vita lavorativa, che ha realizzato tra le migliori performance di borsa nel 2019 e che si colloca al terzo posto, a livello mondiale, tra le aziende italiane per immagine e reputazione. Gli esami dunque, contrariamente a quanto sostiene Sarri, alle Poste ci sono eccome e l’azienda ne risponde ai cittadini, alle imprese e alle pubbliche amministrazioni. Lo aspettiamo per constatare di persona il nostro lavoro quotidiano, in una delle nostre 15 mila sedi operative”.

Il problema, purtroppo, è sempre lo stesso. Tutti si prendono troppo sul serio e in pochi ascoltano ciò che davvero di dice. Tutto fa brodo. E vuoi che non si sfrutti l’uscita infelice di un personaggio pubblico per ricamarci sopra a dovere? Quella di Sarri (torniamo a ripetere per chi fosse duro di comprendonio) era una “metafora”, probabilmente fatta in modo sbagliato, ma voleva solo ricordare la differenza che c’è tra il suo attuale lavoro (sempre sulla “graticola”, ma lautamente compensato) e un tranquillo posto fisso, come quello alle Poste o quello che lo stesso allenatore aveva in banca e ha lasciato per inseguire un sogno. Un sogno partito dalla Serie D e che lo ha portato, attraverso la gavetta, prima al Napoli, poi al Chelsea e poi alla Juventus.

C’è chi, attraverso un’esperienza diretta, ha voluto rispondere a Sarri. Si tratta di un impiegato di Poste Italiane, Francesco Colombo, che ha inviato una lettera alla Redazione di CalcioWeb. E’ una missiva indirizzata direttamente all’allenatore della Juventus che noi pubblichiamo in versione integrale.

“Caro Sarri,
sono un normale impiegato delle poste. Faccio questo lavoro e non me ne vergogno, anzi, ne vado orgoglioso. Da 35 anni passo le mie giornate a fare vaglia, telegrammi, pagare pensioni e mettere timbri. A furia di pressare perché il timbro venga leggibile mi sono fatto due braccia grosse quanto i polpacci di Ronaldo. Ne metto così tanti che ormai ho perso il conto. E’ vero è un lavoro piatto, noioso, senza emozioni. Un po’ come quello che lei faceva in banca. Non come adesso che è osannato in caso di vittoria, criticato in caso di sconfitta. L’impiegato vive una vita più “tranquilla”, se così possiamo dire. In questi anni mi è, però, capitato di vederne di tutti i colori. I più divertenti sono i clienti anziani. Con le nuove tecnologie, “poveretti”, si trovano in difficoltà. I tempi avanzano e loro si sentono ancorati a certe tradizioni e a volte fraintendono. Firmi per esteso dissi ad un cliente. E lui prese tutto alla lettera. Si firmò “per esteso”. Gli ho dovuto dare un altro modulo. Eppure, a parte questi momenti di sollazzo, il mio è un lavoro faticoso, a differenza di quanto si pensa. E’ facile dire ‘quanto vorrei lavorare alle poste, non si fa niente’. Sbagliato. Siamo noi che rispondiamo di tutto, anche quando non siamo colpevoli. Diciamo che una volta poteva anche essere vero, nel senso che la gamma dei servizi era talmente ristretta che avevi “poco da fare” e magari nell’ufficio in cui lavoravi il personale era anche troppo. Adesso invece siamo in pochi, a volte ridotti all’osso. E non puoi permetterti di girarti i pollici. Basta con i luoghi comuni! Il lavoro in ufficio è cambiato. Se prima ci andavi a pagare le bollette o a spedire un pacco, adesso si va alle poste per molte più cose: apertura di conti correnti, telefonia mobile, carte prepagate di ogni genere. Andare alle poste è una di quelle cose che comunque si continua a fare malvolentieri, perché se ci vai vuol dire che hai delle cose da pagare, delle beghe burocratiche da sbrigare e dovrai fare la fila. E sicuramente la voglia è poca, lo capisco. A meno che tu non sia un pensionato e ci vai il primo del mese… Il nostro lavoro non è semplice. Attenzione! Non sto dicendo che io “rischi” quanto Lei a fare questo lavoro. Se sbaglio non mi licenziano. Lei, invece, in quanto allenatore, è sempre sulla graticola. Io, a differenza di molti, non me la sono presa per la sua frase e le spiego il perché. Da ex impiegato di banca, lei sa che in ogni realtà lavorativa, esistono esami e pressioni quasi quotidiane. La sua frase è stata mal interpretata. Nell’immaginario collettivo alle poste non si fa un cazzo, diciamolo papale papale. Ma, come ho già detto, non è così. Solo chi ci lavora dentro sa che sacrifici si fanno per questo lavoro. E da qui ho visto passare giovani laureati, sottopagati e “sfruttati” per qualche mese per poi essere buttai via. E vuoi mettere la pressione di lavorare con i clienti, maleducati e minacciosi per tempi tecnici che non dipendono da noi? Una giornata di pensioni o una di scadenza delle bollette è un inferno. Clienti incazzati che si lamentano dei tempi d’attesa o di 3 sportelli su 10 operativi. E la gente se la prende con noi, con me. Ingiustamente. E io lì, sempre cortese e con il sorriso stampato in faccia. Vita dura per portare a casa uno stipendio, per tirare avanti la famiglia. E anch’io 35 anni fa entrai in questo mondo per arrivare a fine mese. E con tanti sacrifici ce l’ho fatta. E lo rifarei. E le garantisco che molti dei miei colleghi potrebbero tranquillamente fare altro: ingegneri, dottori, architetti e perché no allenatori. E invece passano le loro giornate tra queste quattro mura quando magari dentro di loro c’è un sogno, che resta prigioniero e non riesce ad evadere. Uomini straordinari in situazioni normali. E’ questo che siamo. Ma si immagina se non ci fossi io a mettere quel timbro o a spedire quel pacco? Cosa accadrebbe? Io metto timbri alle poste, sì. E ne vado fiero, sono felice. E sono più bravo di voi. Ma non sto criticando le sue parole o la sua scelta. Lei, caro Sarri, è uno di quelli che ce l’ha fatta. Ha lottato per un sogno ed è riuscito a realizzarlo. E vorrei che sempre più persone avessero il suo coraggio, che sempre più impiegati riuscissero a fare quello che ha fatto lei, a realizzare il loro sogno, qualunque esso sia. Le ripeto, io sono felice ma non vorrei che i mie figli prendessero questa strada. E infatti vorrei che i giovani prendessero esempio da lei, lottino per qualcosa che amano, per un sogno. Perchè se tutti facessero come feci io tanti anni fa non ci sarebbe nessun futuro Alla fine sto solo mettendo qualche timbro, spedendo qualche pacco e scrivendo qualche telegramma. Tutto normale. Chiudo con un invito. Badi bene, non è una risposta alla sua ormai celebre frase. Vorrei proporLe di venire qui, nel “mio” piccolo ufficio postale in una normale giornata di lavoro. Per vedere, come diceva il grande Enzo Jannacci, l’effetto che fa, anche se so già che Lei ne sia ben consapevole”.

Francesco Colombo

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