Dopo la debacle dell’ultima giornata di campionato, il Milan torna a vivere una delle fasi più delicate della sua storia recente. La sconfitta contro il Cagliari ha relegato i rossoneri al quinto posto in classifica, vedendo sfumare la qualificazione alla prossima Champions League e aprendo un nuovo capitolo di ristrutturazione. Dopo l’esonero dell’allenatore Massimiliano Allegri (che ora guarda al Napoli del dopo Conte) e l’addio dell’amministratore delegato Giorgio Furlani, del direttore sportivo Igli Tare e del direttore tecnico Geoffrey Moncada, la proprietà di RedBird ha dato il via a un terremoto che potrebbe coinvolgere anche la rosa, con rumours sui possibili addii di Adrien Rabiot, pupillo di Allegri, Rafael Leão e Luka Modrić. Il volto milanista, dunque, sembra destinato a cambiare, mentre emerge con sempre più forza la distanza tra la società e la tifoseria, che sui social esprime tutto il suo dissenso per i mancati risultati sportivi e per la crisi d’identità del club. Il caso del Milan, tuttavia, lungi dall’essere un caso isolato, non è altro che lo specchio di tutte le trasformazioni che hanno investito il calcio moderno nell’ultimo decennio. Un terremoto che non è il risultato di un’annata deludente ma la conseguenza delle nuove logiche del calcio.
Perché la Champions League è diventata indispensabile per i grandi club
La qualificazione sfumata in Champions League durante l’ultima giornata del campionato è il cuore della crisi milanista. Come abbiamo già visto, la partecipazione alle competizioni europee non è più solo un traguardo sportivo e simbolico ma, nel calcio moderno, soprattutto una necessità economica. I ricavi garantiti dalla massima competizione UEFA, gettoni fissi di partecipazione, bonus di performance, diritti televisivi, market pool, sponsor e incassi da stadio generano entrate milionarie per i club partecipanti, cifre spesso ben superiori ai ricavi garantiti dai campionati nazionali (almeno nel caso della Serie A) e, ancora più importante, cifre in grado di incidere in modo significativo sui bilanci. Mancare la Champions League, dunque, significa perdere prestigio internazionale, certo, ma anche vedere ridotte le proprie capacità di investimento sul mercato, dover rivedere il monte ingaggi e, in generale, rendere meno attrattivo il progetto sportivo per giocatori e sponsor. Questo è ancora più vero quando parliamo del Milan, club che nel proprio palmarès conta ben 7 Champions (il club italiano più titolato nella competizione e il secondo club europeo dopo il Real Madrid) e che proprio negli ultimi anni aveva costruito parte della propria rinascita sul ritorno stabile ai vertici del calcio europeo. La mancata qualificazione di questa stagione 2025/26, dunque, assume i tratti di una crisi che va ben oltre il campo di gioco.
Dal progetto tecnico alla rivoluzione: quando una stagione cambia tutto
Nel calcio contemporaneo, come ampiamente visto, il tempo della programmazione si è progressivamente ridotto fino a diventare sostanzialmente nullo. L’ecosistema in cui proprietà, dirigenti e tecnici si trovano ad agire richiede risultati costanti e immediati, mentre club e dirigenza subiscono le pressioni continue di tifosi, sponsor e media. In questo scenario, una stagione negativa non è più vista come un incidente di percorso o una fase di transizione ma, al contrario, come un segnale che il progetto tecnico richiede una profonda revisione. Il Milan non è l’unico club europeo a vivere o aver vissuto questo tipo di crisi: l’abbiamo visto recentemente con la Juventus, mentre fuori dai confini nazionali spiccano i casi del Chelsea (che ha chiuso la Premier League al decimo posto e in una sola stagione ha visto passare in panchina ben tre allenatori) o del Manchester United (che dopo un inizio particolarmente negativo di stagione è riuscito, con un cambio in panchina, a risollevare le proprie sorti e a chiudere con un terzo posto) o, ancora, la grave crisi economica del Barcellona. In un sistema che premia esclusivamente il risultato immediato, dunque, le discussioni che seguono a una stagione considerata fallimentare, dalla guida tecnica alle responsabilità della dirigenza, fino alle future strategie sportive e di mercato, riflettono la difficoltà del calcio di oggi di mantenere continuità.
Dal dopo Berlusconi a oggi: una ricostruzione mai davvero conclusa
Il momento negativo del Milan, tuttavia, non può essere letto solo ed esclusivamente alla luce dell’ultimo campionato. Al contrario, bisogna guardare alla sua storia più recente. La fine della presidenza Berlusconi, durata 31 anni e costellata di successi nazionali e internazionali (29 trofei, tra cui 8 Scudetti e cinque Coppe dei Campioni), infatti, ha aperto una lunga fase di transizione che non sembra ancora essersi davvero chiusa. Il passaggio al gruppo cinese Rossoneri Sport Investment Lux di Yonghong Li ha segnato l’inizio di una stagione di forte instabilità, segnata da una campagna acquisti particolarmente onerosa e un progetto naufragato nel giro di poco tempo. Nel 2018 il club rossonero è passato sotto il controllo del fondo statunitense Elliott Management che ha avviato una profonda ristrutturazione societaria e finanziaria, puntando su sostenibilità economica, riduzione dei costi e valorizzazione dei giovani talenti. Con la guida di Elliott, il Milan ha riacquistato progressivamente la sua competitività fino alla vittoria dello Scudetto al termine della stagione 2021/22, il primo in 11 anni e l’ultimo fino a oggi. La via aperta da Elliott è stata seguita anche dalla proprietà di RedBird Capital Partners di Gerry Cardinale, subentrata nel 2022. La strategia orientata alla sostenibilità per consolidare il club tra le grandi potenze europee, tuttavia, non ha portato ai risultati sportivi sperati e attesi, complice anche l’addio di figure chiave come l’ex calciatore e dirigente Paolo Maldini. Gli ultimi 10 anni dei rossoneri, dunque, sono stati caratterizzati da cambi di proprietà, rivoluzioni dirigenziali e continui tentativi di trovare un equilibrio tra competitività sportiva e sostenibilità economica: una fase turbolenta, culminata da ultimo nella mancata qualificazione alla prossima Champions.
Il Milan e la crisi delle grandi identità calcistiche
A cambiare, in questi ultimi 10 anni, è stato anche il rapporto tra i club e i tifosi. La crisi del Milan, infatti, evidenzia anche la più ampia crisi delle grandi identità calcistiche, di cui abbiamo già parlato. Il calcio fatto di cicli lunghi, figure simboliche e continuità progettuale, infatti, non sembra essere sopravvissuto al Terzo Millennio, lasciando spazio a proprietà internazionali, globalizzazione del mercato, pressione finanziaria e accelerazione mediatica. Allenatori, dirigenti e giocatori vengono giudicati in tempi sempre più brevi, senza spazio per l’errore. Le “bandiere” sono ormai merce rara e i progetti sportivi, anche quelli più ambiziosi, vengono messi in discussione sempre più frequentemente, soprattutto al termine di una sola stagione considerata negativa. Tutti questi elementi si riflettono sulla tifoseria, per cui la mancanza di simboli si traduce in una sensazione di instabilità e distanza dal club. Non è un caso che proprio nelle ultime settimane un’ondata social abbia invaso i profili rossoneri, da una parte esprimendo nostalgia per i tempi d’oro del Milan, dall’altra chiedendo a gran voce il ritorno di profili come il già citato Paolo Maldini, bandiera rossonera per eccellenza e dirigente protagonista del diciannovesimo Scudetto. L’accusa che più di tutte colpisce il Milan oggi, proveniente da tifosi ed esperti, è lo scollamento tra la proprietà e la dirigenza e la storia e la cultura del club, scollamento che finisce per riflettersi nella discontinuità tecnica e nella percezione di un progetto non all’altezza del blasone storico rossonero.





