Dopo il disastro Mondiale e le dimissioni di Gravina: Serie A verso la “secessione” dalla FIGC

Il terremoto federale accelera lo strappo: la massima serie punta al “Modello Premier League” per ottenere l'autonomia totale. Tra il peso politico negato e il ruolo del Governo, ecco come sta cambiando il calcio italiano

Il terremoto federale dopo l’ennesimo naufragio al Mondiale 2026 non è solo il segno di una crisi tecnica, ma il preludio a una guerra civile sportiva. Mentre i palazzi della FIGC tremano sotto il peso delle dimissioni (ultime quelle dell’ex CT Gennaro Gattuso), il calcio italiano sembra avvicinarsi al suo “momento 1992” con la Serie A che stanca di aspettare riforme concesse dall’alto potrebbe iniziare a riformarsi nel segno dell’autonomia, ispirandosi al modello Premier League. Se gli interessi economici sono tanti, in gioco c’è molto di più con un massimo campionato che da punta di diamante rischia di diventare isola privata.

Il “Modello Premier League”: l’autonomia della Serie A è l’unica via di fuga?

Il terremoto in FIGC dopo la mancata qualificazione della Nazionale ai Mondiali e le storiche dimissioni di Gabriele Gravina riaccendono una miccia mai spenta, la secessione della Serie A, che da anni mira a ottenere maggiore autonomia. L’inizio del dibattito risale al 2024 quando l’allora presidente della massima serie Lorenzo Casini aveva proposto una riforma dei campionati su modello della Premier League inglese, proposta bocciata e criticata dall’oggi dimissionario presidente della FIGC Gabriele Gravina, in contrapposizione al ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi. La Serie A, stanca di essere il “bancomat” del sistema calcistico italiano in cambio di uno scarso potere politico all’interno della Federazione, chiede una riforma ispirata al modello inglese della Premier League, puntando a una maggiore indipendenza decisionale e al controllo totale sulla commercializzazione per ridurre al minimo le percentuali di solidarietà destinate alle leghe minori. La Premier League, istituita nel 1992, infatti, è un sistema calcistico basato sull’autogestione economica dei 20 club che la compongono, in particolare sulla vendita esponenziale dei diritti televisivi, e sull’autonomia rispetto alla Football Association (che prima del 1992 gestiva tutte le divisioni). Questa autonomia permette alla lega di vantare ricavi da capogiro, anche nel confronto con la Serie A: secondo le più recenti stime, durante l’ultimo campionato la Premier League ha distribuito oltre 3,5 miliardi di euro contro i 900 milioni del calcio d’élite italiano, con le ultime classificate del campionato inglese che possono contare su introiti maggiori rispetto ai nostri club di vertice. Gli altissimi ricavi, infatti, vengono equamente distribuiti permettendo anche alle squadre meno blasonate di restare competitive all’interno del campionato. Il modello, ancora, si distingue per stadi di proprietà, ottimizzati per l’esperienza del tifoso e per i ricavi commerciali, e per un marketing globale aggressivo. L’obiettivo italiano, dunque, è quello di migliorare la commercializzazione del campionato come un prodotto unitario e competitivo a livello internazionale, colmando il divario con le principali leghe europee. Allo stesso modo, sempre ispirandosi al modello inglese in particolare della Professional Game Match Officials Limited (PGMOL), si punta a un corpo arbitrale professionale distaccato dall’Associazione Italiana Arbitri, un percorso verso il professionismo in Serie A e Serie B già intrapreso lo scorso febbraio con un incontro tra il designatore Gianluca Rocchi e il vicepresidente dell’AIA Francesco Massini.

La guerra del 12%: perché la Serie A contesta il peso politico in FIGC

Il “conflitto” tra FIGC e Serie A non è solo di tipo economico ma risiede nella rappresentanza. In occasione delle elezioni per il nuovo vertice federale calendarizzate per il prossimo 22 giugno, i 275 delegati dell’Assemblea federale elettiva dovranno esprimere la loro preferenza per il prossimo presidente in un sistema di voto ponderato che tiene conto delle varie componenti del calcio italiano e in cui non tutti i voti hanno lo stesso peso. I designati afferiscono alle principali leghe calcistiche, Serie A, Serie B, Lega Pro, Lega Nazionale Dilettanti, e alle principali componenti tecniche e arbitrali, calciatori, allenatori, arbitri, ogni parte con un numero prefissato di rappresentanti. In questo contesto la Serie A conta 20 delegati il cui voto vale, a testa, 3,10 per una somma complessiva di 62. La Serie B, invece, conta 20 delegati i cui voti valgono 1,29 per una somma totale di 25,8, mentre i voti più rilevanti arrivano dalla Lega Nazionale Dilettanti (91 delegati per una somma complessiva di 175,63) e dalla Associazione italiana calciatori (52 delegati per una somma di 102,86). Così strutturate, le elezioni fanno da specchio ai rapporti di forza tra le diverse realtà del calcio italiano: se i singoli delegati di Serie A possono contare su un voto più “pesante”, il loro contributo complessivo può essere facilmente sorpassato dalle altri parti in gioco, cosicché le intese tra le varie componenti si rivelano determinanti. Sempre nel 2024 proprio il peso politico della Serie A all’interno della Federazione era stato oggetto di accese discussioni tra le parti. Il fulcro dello scontro era il 12% della rappresentanza della massima lega all’interno del Consiglio federale, una percentuale ritenuta troppo bassa rispetto al contributo delle leghe dilettantistiche. Secondo i rappresentanti dei big, infatti, una Serie A che produce il 90% del valore economico del calcio italiano che tuttavia può contare per poco più di un decimo delle scelte strategiche rischia di uccidere l’industria calcistica. D’altro canto, portare al 30% il peso politico della lega all’interno della FIGC, come era stato richiesto, rischierebbe di trasformare la Federazione in una costola della Serie A e una mera garante formale della Nazionale.

Il ruolo del Governo: l’addio alla Covisoc e la nuova Commissione Abodi

Nello scontro tra Serie A e Federazione, la politica non è stata a guardare. Ne è un esempio l’istituzione della Commissione indipendente per il controllo della gestione economica e finanziaria delle società sportive professionistiche del DL Sport del 2024, provvedimento promosso dal ministro Abodi. La commissione si sostituisce parzialmente alla verifica finanziaria della Covisoc, braccio armato della FIGC, introducendo un controllo esterno e autonomo. Questa mossa, letta da molti come un appoggio implicito alla Serie A, sembra trovare conferma nelle più recenti dichiarazioni del ministro secondo il quale “il calcio italiano va rifondato” con un processo che parta “da un rinnovamento dei vertici della FIGC”.

Rischio Superlega interna: quali conseguenze per Serie C e Dilettanti?

Nonostante le polemiche, riaccese dal caso Mondiali, una secessione non sembra far parte del prossimo futuro. Ma cosa succederebbe se quanto sperato dovesse avverarsi? Una separazione netta tra la Serie A e la FIGC potrebbe cambiare completamente il volto del calcio italiano, in primis in termini economici. La massima lega potrebbe conquistare competitività rispetto ai campionati europei, a danno però delle leghe minori, Serie C e Dilettanti in particolare, che senza il meccanismo di mutualità rischierebbero il collasso finanziario. L’autonomia totale permetterebbe alla Serie A di blindare il proprio formato, eliminando i controlli federali giudicati “troppo lenti o punitivi” della Federazione e stabilendo i requisiti per giocare nel massimo campionato. Questo renderebbe sempre più difficile l’accesso per le realtà minori, trasformando il campionato in una sorta di franchigia chiusa. Inoltre, una Serie A che gestisce calendari e giocatori senza vincoli federali potrebbe danneggiare la già provata Nazionale, mettendo in crisi la disponibilità degli atleti per la maglia azzurra. In questo scenario, infine, che ruolo giocano i tifosi? L’autonomia dei top club certo avvicinerebbe il calcio italiano allo spettacolo della Premier League ma per i club di provincia e per lo zoccolo duro della tifoseria potrebbe segnare l’emarginazione definitiva dal contesto calcistico. La morte del calcio come “ascensore sociale” basato sul merito sportivo a vantaggio della solidità di fatturato.