Italia, basta nascondere la polvere sotto il tappeto! Il durissimo j’accuse di Gullit e il sogno Guardiola di Bonucci

Dal j'accuse di Gullit sul DNA tradito, all'investitura di Bonucci per Guardiola: il calcio italiano al bivio tra fallimento di sistema, paradosso Retegui e sogno di una rivoluzione totale

L’immagine dell’Italia calcistica, oggi, somiglia a un castello di carta travolto dal vento. Siamo fuori dai Mondiali per la terza volta consecutiva, un vuoto cosmico che non è più un incidente di percorso, ma il sintomo di una malattia cronica. Siamo una nazione senza bussola, ferma al bivio tra la nostalgia di un passato glorioso e l’incapacità di costruire un futuro credibile. Ai Laureus Awards di Madrid, il confronto tra due generazioni e due visioni — quella cruda di Ruud Gullit e quella propositiva di Leonardo Bonucci — ha scoperchiato il vaso di Pandora: non si può più nascondere la polvere sotto il tappeto.

Foto EPA

Il verdetto di Ruud Gullit: “L’Italia ha dimenticato il suo DNA, ora non sapete più difendere”

Chi meglio di Ruud Gullit può parlare dell’essenza del nostro calcio? L’olandese, che negli anni ’90 ha infiammato i campi della Serie A con le maglie di Milan e Sampdoria, ha vissuto l’epoca d’oro in cui l’Italia era l’università della difesa. Il suo è il grido di chi ha ammirato un modello e oggi lo vede ridotto a una brutta copia di filosofie straniere. Gullit non fa sconti e punta il dito contro l’ossessione italiana di voler scimmiottare il tiqui-taca spagnolo o il glamour del PSG, dimenticando la propria forza ancestrale.

L’Italia ha dimenticato il suo DNA. L’ultima volta che ha vinto aveva buoni difensori e un buon portiere e anche un buon attaccante. Ora non ha attaccanti, non ha buoni difensori. Il vostro DNA è sempre stato così. Voi siete un popolo molto orgoglioso, a cui piacciono le cose belle della vita. Però la tua immagine è una cosa che devi difendere a tutti i costi. Io mi sono confrontato sempre con i migliori difensori del mondo in Italia. L’Italia era sempre forte, perché quando tu ti difendi bene hai sempre la possibilità di fare un punto. Però adesso quasi ogni opportunità dell’avversario potrebbe tramutarsi in gol. In passato non era così”.

Parole dure ma che neppure l’italiano più orgoglioso potrebbe rigettare del tutto, se – ancor prima che alla disfatta di Zenica – pensassimo al primo tempo “narcotizzato” che gli Azzurri di Gattuso hanno giocato contro l’Irlanda del Nord a marzo 2026.

Da Chiellini a Bonucci: la fine dei “muri” e il paradosso degli attaccanti

Il cuore del problema, secondo Gullit, risiede nella scomparsa di quella scuola difensiva che sapeva unire la cattiveria agonistica alla qualità nell’impostazione. Il suo sguardo, rivolto a Bonucci presente in sala, è un richiamo a un passato recentissimo che sembra già preistoria. Il fatto che l’Italia debba affidarsi a giocatori naturalizzati per sopperire alla mancanza di centravanti è, per l’olandese, il segnale definitivo del fallimento del sistema.

L’ultima volta che ha vinto qualcosa è stato con Chiellini, Bonucci, con una buona difesa. Difensori che capivano come difendersi ma anche come iniziare l’attacco e questo manca in questo momento. Non mi aspettavo questa eliminazione però è un segno. Non hai un attaccante, hai un argentino che è diventato italiano. È strano come un Paese come l’Italia non abbia più questi giocatori. Io non dico che devi parcheggiare il pullman, questo è un’altra cosa. Però devi avere difensori che sanno come si devono difendere.

Oltre il “sovranismo calcistico”: il confine tra crisi d’identità e pigrizia di sistema

Qui si apre una riflessione necessaria, che va oltre il semplice dato statistico. Quando Gullit parla dell’ “argentino diventato italiano” –  chiaro riferimento a Mateo Retegui –, tocca un nervo scoperto che spesso scivola in una sorta di sovranismo calcistico istintivo.

Foto di Alessio Marini / ANSA

È facile, quasi catartico, individuare nel calciatore che arriva “da lontano” il colpevole di una presunta “diluizione” della nostra identità. Nelle ultime apparizioni azzurre, l’italo-argentino si è ritrovato a essere una delle poche ancore di salvezza di un attacco asfittico, un “corpo estraneo” catapultato a risolvere problemi che nascono molto più lontano, nei nostri vivai desertificati. È il paradosso di un’Italia che, per evitare il collasso, deve importare quel talento che non ha più il coraggio di coltivare. È qui che il dibattito scivola pericolosamente verso un “sovranismo calcistico” – ben sintetizzato dalle recenti uscite di Ignazio La Russa sulla necessità di quote fisse di italiani in campo – che però rischia di essere solo l’ennesimo alibi.

Il problema non è il passaporto di chi arriva, ma la sterilità di chi resta. Inseguire il “colpevole esterno” o il “giocatore esotico” serve solo a distogliere lo sguardo dallo specchio: la crisi è di semina, non di confini.

L’ammissione di Leonardo Bonucci: “Polvere sotto il tappeto, ora serve un Sinner”

Leonardo Bonucci riceve le critiche – e i complimenti – con l’umiltà di chi sa che la verità fa male ma è necessaria. L’ex capitano riconosce che il successo dell’Europeo 2021 ha agito da anestetico, impedendo di vedere le crepe che stavano portando al crollo:

Abbiamo nascosto per tanti anni la polvere sotto il tappeto, ma i problemi erano evidenti. Spero che questo fallimento della nazionale italiana di calcio possa essere un nuovo inizio. Ci deve essere un‘alleanza tra politica e calcio, quella è fondamentale, perché si deve andare tutti verso la stessa direzione. E poi si deve ripartire dalle basi, insegnare ai giovani tecnica individuale, che è quella che oggi forse manca di più ai talenti che abbiamo, perché li abbiamo, ma non li lasciamo liberi di esprimersi.

Bonucci evoca il “Modello Sinner”, ricordando come il tennis italiano sia passato dalla dimensione di singoli exploit individuali a un vero e proprio dominio mondiale grazie al tempo e alla programmazione. Non servono muri, serve il coraggio di “buttare i giovani nella mischia”, accettando l’errore come parte del percorso di crescita. Gullit concorda: il Barcellona, rimasto senza soldi, ha dovuto riscoprire la sua Cantera. Per l’Italia, la povertà di idee e di talenti deve diventare la spinta per tornare a scommettere sul proprio futuro senza cercare scorciatoie burocratiche.

Leonardo Bonucci: sognare Guardiola per un cambio netto a tutto il passato

Se la diagnosi è chiara, la cura proposta da Bonucci è una scossa elettrica. In un momento di vuoto di potere, di incertezza e di attesa per il 22 giugno, l’ex difensore lancia un nome che significherebbe radere al suolo le vecchie abitudini per ricostruire su basi internazionali:

In riferimento a quello che potrebbe essere il prossimo allenatore dell’Italia, seguendo un po’ i nomi che sono stati fatti, se veramente c’è voglia di ricominciare ripartirei dalla possibilità, accennata, di avere Guardiola, perché significherebbe dare un cambio netto a tutto il passato. Penso sia molto difficile, ma sognare in questo momento non costa nulla.

L’investitura di Pep Guardiola è il simbolo di una Nazione che deve smettere di vivacchiare e cercare alibi. È l’idea di un’Italia che decide di cambiare aria, aprendo le finestre a una visione di eccellenza, senza però dimenticare quel DNA difensivo che Gullit ci ha ricordato essere la nostra vera pelle. La polvere è ormai troppa per restare sotto il tappeto: il futuro dell’Italia inizia dal coraggio di essere, di nuovo, se stessa.