Può un sistema fondato su una crescita quasi continua dei costi continuare a reggersi sulle sue gambe senza nuove forme di regolazione? Mentre ci avviciniamo alla fine dei campionati e all’apertura della finestra estiva del calciomercato (che per la Serie A si aprirà il prossimo 29 giugno e durerà fino al 1° settembre), torna al centro del dibattito il sempreverde tema di una riforma che introduca il salary cap anche in Europa, sulla scia delle leghe nordamericane. Il contenimento salariale, che in parte viene trattato dalle norme UEFA come la Squad Cost Ratio, non riguarda solo la sostenibilità dei bilanci dei club ma, a livello più profondo, si ricollega al costo del talento e agli equilibri competitivi all’interno dei campionati. La Premier League inglese ha, a suo modo, introdotto dei limiti, mentre la prima serie italiana sembra ancora ben lontana dal farlo. La Serie C, tuttavia, potrebbe rappresentare un primo esempio di come il tetto salariale serva non solo a mantenere la competitività ma anche a sopravvivere.
Cos’è il salary cap e perché il tema torna nel dibattito della Serie A
Nel dibattito sulla riforma del calcio italiano entra, in modo naturale, anche il tema del salary cap, negli ultimi anni spesso nominato ma mai davvero introdotto. Nel calcio moderno, infatti, la vera misura sportiva dei club è data dal monte ingaggi più che dal mercato dei trasferimenti, ovvero dalla somma totale spesa annualmente da una società sportiva per gli stipendi dei propri giocatori (una “gara” che nel calcio italiano è al momento vinta dall’Inter che vanta un monte ingaggi di 139 milioni per uno stipendio medio di 5,6 milioni, seguita da Juventus – 129 milioni – e Roma – 114 milioni -, mentre il Lecce spende “solo” 19 milioni). È nei salari che si trova il principale motore della competitività tra squadre, nonché il principale fattore di squilibrio. Non si tratta solo di quali società possono spendere di più: in una lega in cui i ricavi sono ben lontani dal resto del contesto europeo, si tratta spesso di quali club sono disposti a cedere alla pressione competitiva e all’ambizione sportiva verso strutture di costo rischiose e difficili da sostenere. Ecco perché il dibattito sul salary cap più che un corpo estraneo è una conseguenza naturale. Sebbene non siano veri e propri tetti salariali, le istituzioni sportive italiane ed europee hanno già messo in moto meccanismi simili al salary cap con lo stesso obiettivo: frenare la corsa alla spesa prima che diventi incontrollata. In questa direzione si muovono ad esempio le Financial Sustainability Regulations della UEFA, le cui regole sono state recepite dalla FIGC, con la Squad Cost Ratio che impone ai club il limite per gli stipendi dei calciatori e le spese per trasferimenti e commissioni agli agenti al 70% dei ricavi totali. Non si tratta, com’è facile notare, di un vero tetto salariale. Una delle principali critiche alle norme introdotte nel 2025, sebbene si stiano dimostrando efficaci nel mantenere in linea i bilanci, è infatti quella di “cristallizzare” i valori dei club: chi ha ricavi più alti può spendere di più, e lo squilibrio competitivo non viene colmato.
Premier League e salary cap: perché il campionato più ricco discute nuovi limiti
Di salary cap si è parlato molto solo qualche tempo fa per la Premier League, e non a caso. Il campionato inglese, come abbiamo già visto in diverse occasioni, è il più ricco d’Europa potendo contare, tra le altre cose, su importanti ricavi dai diritti televisivi. Proprio le alte entrate permettono stipendi enormi per i giocatori, creando squilibrio non solo all’interno dello stesso campionato ma anche tra gli altri campionati europei. Nonostante l’acceso dibattito, alla fine del 2025 la maggior parte dei club inglesi ha detto no all’hard cap (ovvero un limite massimo imposto per tutti i club), che comunque avrebbe trovato l’opposizione del sindacato dei giocatori, a favore invece di un soft cap, una Squad Cost Ratio che fissa all’85% dei ricavi il limite per gli stipendi di giocatori della prima squadra e dell’allenatore, le commissioni degli agenti, gli ammortamenti dei cartellini e il costo del cartellino di un nuovo acquisto spalmato sui suoi anni di ingaggio (per le squadre impegnate nelle competizioni UEFA resta vincolante il limite al 70%). Nelle intenzioni le nuove regole (introdotte dopo i casi Everton e Nottingham Forest) dovrebbero rendere il campionato più competitivo nonché più semplice da controllare e più vicino agli standard europei. Il campionato più liberista del calcio europeo, tuttavia, non è immune da interrogativi perché la polarizzazione è una costante e anche in questo il rischio è che i più ricchi restino, sempre, anche i più competitivi.
Serie C e tetto salariale: il laboratorio italiano della sostenibilità
Se la Premier League potrebbe non costituire davvero un esempio da seguire, un riferimento da cui prendere spunto potrebbe al contrario venire dalla Serie C italiana. Per la stagione 2025/26, infatti, la Lega Pro ha introdotto in via sperimentale un relative Salary Cap con l’obiettivo di renderlo permanente a partire dalla stagione successiva. Da anni, infatti, la terza serie fa i conti con una pressione economica che ha trasformato il dibattito sui costi in una questione quasi esistenziale: il dibattito su vincoli, controlli e limiti non è parte di una riforma strutturale quanto piuttosto di una riflessione sugli strumenti di sopravvivenza. Anche in questo caso siamo ben lontani dal salary cap in senso americano, ma si tratta comunque di un laboratorio interessante da osservare perché qui non si parla solo di competitività ma di sostenibilità quotidiana di un intero sistema. Il relative Salary Cap introdotto dalla Serie C si basa sull’individuazione di un rapporto ottimale tra i salari complessivi e il valore di produzione di un club per determinare una soglia al monte ingaggi di ogni società (stabilita al 55%). Questo modello non prevede esclusioni o mancate ammissioni al campionato o alle competizioni ma, in caso di mancata attuazione, obbliga le società a partecipare ai fondi per le attività di finanziamento dei settori giovanili.
Come funziona il salary cap nelle leghe americane tra NBA e MLS
Siamo certamente ancora ben lontani dal riferimento chiave che resta, ovviamente, quello statunitense. Tutte le leghe sportive nordamericane, NFL, NBA, NHL e anche MLS sono accomunate da un’architettura competitiva che trova nel tetto salariale uno dei suoi principali punti di forza. L’obiettivo, chiaro, è impedire che il campionato venga deciso dalla forza economica delle franchigie. Se nel calcio europeo si teme che il tetto penalizzi i top club, in Nord America al contrario si teme che senza regole il prodotto sportivo (e forse qui sta la vera differenza) perda il suo equilibrio. Uno degli esempi più interessanti è sicuramente quello della NBA, National Basketball Association, tra le leghe più seguite e ricche degli Stati Uniti. Il salary cap della NBA varia ogni anno in base al Basketball related income, una proiezione sugli incassi della NBA, e per la stagione 2025/26 è stata fissata a 154,647 milioni di dollari (secondo le indiscrezioni potrebbe arrivare a 165 milioni per la stagione 2026/27). Non si tratta, però, di un hard cap (come in NFL o in NHL) ma di un soft cap, ovvero un limite superabile fino a una certa soglia oltre la quale scatta la luxury tax (187,895 milioni di dollari per la stagione in corso) o la apron tax (circa 195,900 milioni di dollari per la first apron e 207,824 milioni per la second apron) che vengono poi ridistribuite tra tutte le squadre. Esiste anche un salary floor, un minimo che ogni franchigia deve spendere per i roster, fissato al 90% del salary cap (139,200 milioni per l’attuale stagione, pena la ridistribuzione del disavanzo tra i giocatori), per impedire che le franchigie attuino strategie di risparmio a discapito della competitività complessiva. Per un paragone più preciso dal punto di vista sportivo, anche la MLS (Major League Soccer) ha un salary cap, fissato a 6,425 milioni di dollari per squadra per la stagione in corso, sempre in modalità soft: ogni giocatore può pesare sul budget per 803.125 dollari (con un minimo imposto di 113.400 dollari per i giocatori senior e 88.025 per le riserve) a eccezione dei cosiddetti Designated Players, fino a un massimo di tre calciatori che la franchigia può ingaggiare senza limiti sul tetto (regola introdotta nel 2007 per permettere ai LA Galaxy di ingaggiare David Beckham, detta infatti “regola Beckham”, la stessa che ha permesso all’Inter Miami CF di ingaggiare Lionel Messi). Altre eccezioni al limite imposto sono la U22 Initiative, che permette di ingaggiare fino a quattro giocatori under 22 con un impatto sul budget ridotto e fisso, e la GAM (Allocation Money), con cui a ogni squadra viene data una quota annuale per ridurre l’impatto a bilancio di contratti esistenti (salary budget charge) o per acquisire nuovi giocatori. L’idea di fondo del sistema nordamericano è semplice: regolamentando il potere si protegge la concorrenza, e la concorrenza per le leghe è fondamentale. In questo contesto il salary cap, così come il sistema dei draft (il sistema di scelta degli atleti), è possibile perché ben si sposa con una cultura sportiva dove lo sport è prima di tutto uno show, un business da monetizzare, incentivato anche da franchigie chiuse (a differenza dei tornei europei che prevedono promozioni e retrocessioni) in cui massimizzare i profitti è il primo obiettivo. Lo sport europeo è ancora ben lontano da questo modello culturale. D’altro canto, anche il calcio del Vecchio Continente sta facendo sue, una alla volta, le caratteristiche proprie dell’industria dell’intrattenimento dello sport nordamericano. Il parallelismo, dunque, potrebbe non essere così remoto come sembra.
Perché introdurre un salary cap nel calcio europeo resta difficile
Importare il modello della NBA o della MLS in Serie A, ovviamente, non sarebbe semplice. Promozioni, retrocessioni, mercati internazionali, diritto del lavoro europeo e libertà contrattuali rendono complesso immaginare un tetto ai salari, rigido o meno che sia. C’è poi il problema politico: chi decide qual è il cap e come? Come applicarlo nelle competizioni internazionali e come evitare che favorisca chi parte con maggiori vantaggi strutturali? Viene poi da chiedersi se il cap sui salari potrebbe davvero rendere le leghe europee più sostenibili ed equilibrate o se, al contrario, rischierebbe di spostare i costi altrove. È evidente che, allo stato dell’arte, parlare di salary cap è più una provocazione che una riforma imminente. Al contrario, il calcio europeo dovrebbe forse confrontarsi con un altro tema, quello del costo del lavoro calcistico. Il quesito di fondo qui è fino a che punto il mercato è in grado di autoregolarsi, di portare alla luce i suoi limiti e affrontarli prima che quei limiti smettano di essere gestibili.