No, non è un caso che il calcio più bello (e anche vincente) della Serie A arrivi dalle squadre del Sud: in quest’inizio di campionato le tre big meridionali (Napoli, Roma e Lazio) sono quelle che stanno facendo meglio sotto tutti i punti di vista (risultati, spettacolo e gioco) rispetto alle altre big e alle aspettative d’inizio stagione.
Mentre proprio dal profondo Sud arrivano le piccole-grandi imprese dal sapore di miracolo, come quelle del Crotone e del Benevento, anche nei primi posti della classifica troviamo le grandi piazze del Mezzogiorno d’Italia.
In testa c’è il Napoli, primo da solo e a punteggio pieno con 21 punti dopo 7 vittorie, con 25 gol fatti e appena 5 subiti. Eppure la squadra di Sarri ha affrontato (e battuto) squadre importanti e ostiche, come l’Atalanta, la Lazio (in trasferta) e il Bologna (in trasferta). Tra le big, è una di quelle che ha avuto il calendario più difficile, anzi sicuramente il più difficile dopo la Roma, eppure è lassù a punteggio pieno con un gioco stellare e un primato tutto meritato, frutto del lavoro del maestro Sarri che lo scorso anno ha creato un gruppo vincente, sfruttando il grande lavoro di crescita di un club che 11 anni fa ripartiva dalla Serie C con la nuova società di De Laurentiis con cui è diventata una squadra al top del calcio italiano.
Da 9 stagioni consecutive, infatti, il Napoli si qualifica sempre per le competizioni europee, nelle ultime 8 stagioni di Serie A è arrivata due volte seconda, tre volte terza, due volte quinta e una volta sesta, ha vinto due volte la Coppa Italia e una volta la Supercoppa, è arrivata due volte agli Ottavi di Finale di Champions League, eliminata in entrambi i casi a testa alta dalle avversarie più forti del mondo che infatti poi hanno sempre vinto la Champions (il Chelsea nel 2012, il Real nel 2017), e una volta in semifinale di Europa League. Chi pensava che il bel Napoli dello scorso anno con il gioco di Sarri, lo spettacolo di Insigne e i gol di Mertens fosse una casuale rivelazione del momento, si sbagliava di grosso e adesso è costretto a ricredersi. Il Napoli è la super-favorita per lo scudetto, che sta dimostrando di meritare, e anche in Europa è pronta a recitare un ruolo da grande protagonista. Una crescita societaria che proseguirà a prescindere dai risultati di questa stagione, come la storia ci insegna. Questo Napoli è un modello di calcio sostenibile e competente, una realtà basata sulla cultura del lavoro operaio, dei piccoli passi e della laboriosità creativa tipicamente meridionale.
Poi c’è la Roma: sicuramente è quella che ha avuto il calendario più difficile. Ha battuto l’Atalanta e il Milan in trasferta, per un totale di 5 vittorie e una sconfitta, in casa contro l’Inter, dopo una partita che avrebbe dovuto vincere, in cui ha colpito tre volte il palo sul risultato di 1-0 e poi è stata rocambolescamente sconfitta 1-3. Più forte della sfortuna, dopo quel risultato così ingiusto e bugiardo la Roma non s’è demoralizzata e da grande squadra ha dato ai tifosi le risposte migliori. Adesso è lì, con una partita in meno, virtualmente a -3 dal Napoli capolista per quell’unico passo falso contro l’Inter voluto più che altro dal fato. Tre punti che a fine stagione non saranno certo decisivi.
La squadra ha trovato in Di Francesco il suo vero top-player. Era una scommessa tutta italiana, e il tecnico che ha fatto grande il Sassuolo sta facendo stropicciare gli occhi al mondo intero. Come Sarri, Di Francesco è uno che la gavetta l’ha fatta tutta, e le sue soddisfazioni le ha sudate fino all’ultima goccia. I risultati della sua Roma sono frutto proprio del suo lavoro: ha creato un’identità di gioco precisa e vincente, a tratti anche molto bella e divertente. E lo sta facendo con una difesa di ferro, anche grazie al lancio di Alisson tra i pali. Il giovane talento brasiliano sembra insuperabile, e così nell’anno 1 d.T., perché Totti per i romanisti equivale a Cristo per i cristiani, i giallo-rossi possono sognare persino di qualificarsi in Champions League dopo un sorteggio balordo che ha pescato dall’urna le avversarie peggiori che potessero capitare.
Dulcis in fundo, la Lazio di Simone Inzaghi e Claudio Lotito. E’ lassù, quarta in classifica con 16 punti, 19 gol fatti, 5 vittorie, un solo pareggio e una sola sconfitta mentre domina anche il girone di Europa League. E’ una Lazio che raccoglie i frutti del lavoro della società che ha sostituito Biglia nel modo migliore possibile (Lucas Leiva non ha mai fatto rimpiangere, neanche per un secondo, il regista argentino) e vede l’esplosione di Milinkovic-Savic e Luis Alberto la logica conseguenza degli investimenti azzeccati delle scorse stagioni.
Oggi è facile riconoscerlo, ma su CalcioWeb lo scrivevamo prima dell’inizio della stagione. Lo show della Lazio non è certo dovuto ai gol di Immobile. Anzi. I gol di Immobile sono soltanto la conseguenza di quel “giocattolo” bellissimo che è oggi la Lazio, diretto magistralmente da Simone Inzaghi e figlio di una società sana, che fa un calcio sostenibile e nonostante i mugugni di tanti è diventata un modello internazionale.
Lotito non è mai apparso simpatico per le sue battaglie a volte impopolari (ma sempre corrette contro le derive violente delle tifoserie, le pretese assurde dell’associazione calciatori e le follie masochiste che stanno minando la credibilità del calcio italiano), ma da Presidente di una squadra di media fascia, salvata dal fallimento 13 anni fa, ha fatto miracoli conquistando 4 trofei (due volte la Coppa Italia e due volte la Supercoppa, l’ultima proprio poche settimane fa battendo con pieno merito la Juventus in finale) e adesso punta al record della sua gestione in serie A, cioè il 3° posto di 2015 e 2007. Difficile (ma non impossibile) migliorarlo, verosimile eguagliarlo o comunque tornare in Champions League.
Ecco perché il grande spettacolo delle squadre del Sud non finirà: è un successo di lungimiranti progetti tecnici che parte da lontano, e sorprende soltanto coloro che seguono il calcio in modo distratto.
Finirà certamente, invece, il piazzamento dell’Inter che si trova lì al terzo posto con gli stessi punti della Juventus proprio grazie al caso, che con appena 7 partite può essere determinante (ma a fine stagione non lo sarà). I nerazzurri di Spalletti non hanno palesato un briciolo di idea di gioco: è una squadra lenta, compassata, brutta a vedersi, noiosa, passiva, che per raccogliere i risultati deve aggrapparsi alle magie dei singoli. Ma in queste 7 partite ha affrontato le neopromosse Benevento e Spal, il piccolo Crotone, il Genoa allo sbando, la Fiorentina rifondata… Ha avuto il calendario più facile di tutte, e solo per questo motivo si trova ancora lassù, pur avendo sofferto clamorosamente per strappare risicate vittorie contro le squadre peggiori del torneo. E’ bastato un Bologna minimamente organizzato per fermare l’Inter sul pari, mentre della vittoria rocambolesca e immeritata contro la Roma abbiamo già parlato qualche rigo più sopra. Spalletti non gradirà, ma come avevamo già commentato dopo il calciomercato, questa non è una squadra che può conquistare un posto valido per la prossima Champions League.
L’altra milanese non sta meglio, anzi. Se all’Inter manca il gioco e l’identità di squadra, al Milan mancano anche i risultati. Nessuno si aspettava 3 sconfitte dopo 7 partite, a maggior ragione contro Lazio, Roma e Sampdoria. Due sconfitte consecutive senza gol fatti e con un solo tiro in porta in 180 minuti, sono un campanello d’allarme drammatico per quella che tutti abbiamo incoronato la “Regina” del Calciomercato. Una “Regina” che Montella non riesce a incoronare: altro che Champions, così rischia di fare persino peggio dello scorso anno e sfilare fuori addirittura dall’Europa League.
La Juventus, infine, pur avendo cambiato molto, è sempre una realtà al top del nostro calcio, e non potrebbe essere diversamente dopo i 6 scudetti consecutivi e le due finali di Champions centrate negli ultimi anni. Ma senza Bonucci in difesa la retroguardia bianconera sembra aver perso i propri rodati meccanismi di gioco, mentre i fiumi di parole che circondano squadra e club denotano un certo nervosismo. La continua esigenza di paragonare Dybala a Messi, i fantomatici mal di pancia di Higuain ma soprattutto le imbarazzanti uscite di Buffon e Allegri contro la Var, lasciano trasparire le fibrillazioni di uno spogliatoio ancora ferito da quanto successo a Cardiff. Mentre la squadra, in campo, non riesce ad esprimere un gioco gradevole e apprezzabile. Ma con Allegri un bel gioco non c’è mai stato. Tecnico e tifosi sono ancora convinti di vincere tutto. Ma stanno giocando col fuoco: sottovalutare l’avversario non porterà nulla di buono.