La Serie C per come la ricordiamo è forse destinata a sparire? Oggi il terzo campionato italiano, una volta baluardo del calcio di campanile, funge da “laboratorio” delle grandi potenze della Serie A, un ecosistema di seconde squadre e talenti da crescere per generare profitti e plusvalenze. L’invasione delle Under 23, da esperimento pionieristico a realtà strutturale, rischia di mettere in crisi il calcio di periferia.
Squadre Under 23 in Serie C: fabbrica di talenti o di plusvalenze?
A quasi otto anni dalla reintroduzione delle seconde squadre e dal debutto della Juventus Next Gen (ex Juventus U23), le squadre Under 23 in Serie C non sono più un’eccezione ma un modello replicato e ormai affermato. L’esempio dei bianconeri è stato seguito prima dall’Atalanta con la Atalanta Bergamasca Calcio U23 nel 2023, dal Milan con la Milan Futuro nel 2024 e nel 2025 dall’Inter con la Football Club Internazionale Milano U23, mentre la Roma dei Friedkin continua a lavorare al progetto della Roma Under23 e altre big di Serie A potrebbero seguire. Le regole FIGC, infatti, prevedono che tutti i club di Serie A possano formare una squadra riserve e iscriverla in Serie C compatibilmente con i posti disponibili. L’Under 23 può vincere il campionato o i play-off ed essere promossa in Serie B e può retrocedere in Serie D perdendo però lo status di squadra professionistica nel sistema dilettantistico (come accaduto alla fine della stagione 2024/25 al Milan Futuro), ma non può mai partecipare allo stesso campionato della prima squadra, venendo retrocessa automaticamente in caso di retrocessione della prima squadra. La rosa può essere formata da giocatori che non abbiano compiuto il 23esimo anno di età all’inizio della stagione oltre a quattro calciatori fuori quota senza limiti di età. I calciatori possono essere presi in prestito dalla prima squadra se necessario e continuare a militare in Serie C a condizione che non superino le cinque presenze. Al contrario, i calciatori di Serie A o con 50 presenze all’attivo in una qualsiasi massima serie non possono essere ammessi in squadra riserve. Sulla base di queste regole, l’obiettivo delle squadre U23 in Serie C è chiaro: le squadre riserve fungono da laboratorio di crescita per i giovani atleti che hanno bisogno di fare esperienza in campo ma anche da vivaio da cui pescare riserve per la squadra principale o palestra di recupero per giocatori che devono recuperare da infortuni. L’esperimento della Juventus, poi replicato, conferma che il salto al professionismo è spesso più “breve” per le giovani promesse se compiuto dalla Serie C invece che dal campionato Primavera. E molti nomi lo dimostrano. In tal senso la seconda squadra bianconera è l’esempio principale con giocatori come Kenan Yıldız, Nicolò Fagioli (ora parte della rosa della Fiorentina), Matias Soulé (poi acquistato dalla Roma), Fabio Miretti, Samuel Mbangula (promosso in prima squadra nel 2024 prima della cessione al Werder Brema nel 2025) e Dean Huijsen (prestato alla Roma, poi ceduto prima al Bournemouth e poi al Real Madrid). Diversi nomi, poi, provengono dalle Under 23 dell’Atalanta e del Milan, come Giovanni Bonfanti, Francesco Camarda e Marco Palestra, che abbiamo visto fino a ieri sera lottare con la maglia della Nazionale per ottenere un posto ai Mondiali 2026.
Ovviamente per le big creare una Under 23 richiede un investimento iniziale e di mantenimento non indifferente (stimato intorno tra i 4,5 e i 6 milioni di euro l’anno), ma nel lungo periodo la crescita interna dei talenti può ampiamente ripagare la spesa. La squadra riserva, insomma, può essere un incredibile asset finanziario tramite il quale mantenere il controllo sui giovani di proprietà, valorizzandoli in un campionato competitivo per poi spostarli in prima squadra, risparmiando sugli acquisti, o cederli a cifre importanti, generando plusvalenze. In questo sistema, non dissimile dalle MCO, l’atleta diventa un ingranaggio di una società che genera profitti.
La gentrificazione della Lega Pro: perché i “gladiatori” stanno scomparendo
L’ingresso delle Under 23 nella Serie C ha causato uno spostamento degli equilibri in un campionato da sempre regno dei veterani, i cosiddetti “gladiatori” della categoria il cui ruolo era spesso quello di fare da guida agli atleti più giovani. L’ingresso massiccio delle giovani promesse ha così forzatamente abbassato l’età delle rose della Lega Pro. Le U23 supportate dalle big, inoltre, hanno inaugurato un nuovo livello tecnico in Serie C, alzando l’intensità del gioco tra squadre locali e seconde squadre che spesso godono di un approccio unico basato su modelli tattici avanzati e staff tecnici in prestito dalle prime squadre. Senza contare che queste seconde squadre, nel contesto competitivo del campionato, sono delle “squadre fantasma” il cui obiettivo non è la vittoria in sé ma il rodaggio degli atleti in vista dei campionati maggiori. In questo scenario, che potrebbe apparire a svantaggio dei club storici di provincia, tuttavia, questi ultimi possono contare su qualcosa che alle seconde squadre manca: la tifoseria radicata. Se per le U23 è la “casa madre” il termine di confronto finale, per i club storici il tifoso è la cartina al tornasole del successo.
Il tifo “senza corpo” e il conflitto tra calcio-comunità e franchigia
Che il calcio rischi di perdere il suo ruolo di rito sociale è ormai, da più punti di vista, assodato. In una Serie C che vive di campanilismo, di derby accesi e di identità locali che si scontrano, l’ingresso delle seconde squadre prive di “piazza” può contribuire alla perdita di funzione di aggregatore sociale del calcio minore. Si rischiano spalti svuotati dai tifosi locali occupati invece da osservatori e scout. Qui si gioca il conflitto tra calcio-comunità e calcio-franchigia: le U23, infatti, sono spesso squadre “nomadi” prive di reale connessione con il territorio, in un modello più simile alle leghe sportive americane che alla tradizione calcistica italiana. Proprio in questo scenario, tuttavia, lo zoccolo duro della tifoseria locale può diventare per i club storici un fattore competitivo che le seconde squadre non potranno mai raggiungere, il “dodicesimo uomo” in campo che distingue la partita come evento da un ambiente privo di reale antagonismo che mal si sposa con la competitività che da sempre caratterizza il terzo campionato italiano. Lo stesso tifo, poi, funge da importante strumento per il marketing territoriale che sta alla base del club di provincia: le attività locali investono per una squadra orgoglio del territorio mentre le seconde squadre possono contare sugli investimenti dei big club senza tuttavia restituire nulla alla comunità locale in termini di indotto o appartenenza. In questo senso si solidifica un processo di gentrificazione che non è solo tecnico ma anche e soprattutto economico.





