Manca sempre meno al fischio d’inizio per la finale playoff Mondiali 2026 che vedrà affrontarsi Bosnia e Italia e l’aria attorno alla Nazionale azzurra è densa, pesante come quella di una finale che non ammette repliche. Dopo dodici anni di assenze ingiustificate dal palcoscenico mondiale e dopo una semifinale playoff contro l’Irlanda del Nord che ci ha lasciati con un retrogusto dolceamaro in bocca, l’Italia di Rino Gattuso si gioca tutto in novanta minuti (o forse centoventi) in uno degli stadi più caldi d’Europa. Il Bilino Polje di Zenica non è solo un impianto sportivo; è una fossa dei leoni dove il tifo si sente addosso, sulla pelle. Ma se il clima sarà balcanico, lo spartito della partita rischia di essere pericolosamente italiano.
Una Bosnia “Made in Italy”: il paradosso del Bilino Polje
C’è un’ironia sottile e quasi crudele che accompagna l’Italia verso il prato di Zenica. Martedì sera, tra il fumo dei fumogeni e le urla del Bilino Polje, gli Azzurri non troveranno degli sconosciuti ad attenderli, ma un pezzo della loro stessa storia. Molti dei leader della Bosnia non sono solo avversari: sono calciatori che abbiamo adottato, svezzato e, in molti casi, trasformato in campioni. Hanno passato anni nei nostri centri sportivi, hanno imparato a leggere le traiettorie sui nostri campi di provincia e hanno assorbito quella malizia tattica che è, da sempre, il nostro marchio di fabbrica. A Zenica va in scena il paradosso più grande del calcio moderno: ci giochiamo il destino mondiale contro una nostra creatura che ha imparato fin troppo bene le lezioni del maestro e che ora, senza alcun timore reverenziale, è pronta a usarle per chiuderci la porta del Mondiale 2026 in faccia.
Il fattore Dzeko: l’ultima danza del “Cigno di Sarajevo”
Il capofila di questo “commando” di conoscitori del nostro calcio è, inevitabilmente, Edin Dzeko.

A 40 anni, il capitano bosniaco rappresenta il pericolo pubblico numero uno, non tanto per la velocità, quanto per l’intelligenza spaziale. La sua storia con l’Italia è un romanzo infinito: dalle vette raggiunte con Roma e Inter fino all’ultima, romantica tappa con la maglia della Fiorentina, Dzeko sa esattamente come muoversi per mandare in crisi la linea difensiva di Gattuso. Conosce i tempi di uscita di Alessandro Bastoni, suo ex compagno, e sa come usare il fisico per mandare fuori giri i meccanismi della nostra retroguardia. Per lui è l’ultima recita: chiudere la carriera portando la Bosnia al Mondiale eliminando la “sua” Italia sarebbe il finale di un film che noi non vogliamo vedere, ma che lui ha sognato per tutta la vita.
Da Bergamo a Zenica: Kolasinac guida la difesa della Bosnia contro l’Italia
Se l’attacco della Bosnia ha il volto di Dzeko, la difesa ha i muscoli e la disciplina di Sead Kolasinac.

Il centrale dell’Atalanta è l’emblema del giocatore “italianizzato”: sotto la guida di Gian Piero Gasperini è diventato un maestro dell’anticipo e della pressione uomo a uomo a tutto campo. Kolasinac non concederà un centimetro agli esterni azzurri, applicando quel tatticismo feroce e quella lettura preventiva delle situazioni che vediamo ogni domenica a Bergamo. Insieme a lui c’è Tarik Muharemovic, un talento che l’Italia ha letteralmente svezzato: passato dalla Juventus Next Gen, Muharemovic è il prototipo del centrale moderno che parla la nostra lingua tattica e non si lascia intimidire dai palcoscenici caldi.

Da Tahirovic a Saric: il centrocampo che “legge” l’azzurro
Anche in mezzo al campo la musica non cambia. Benjamin Tahirovic, oggi all’Ajax ma lanciato nel grande calcio dal vivaio della Roma sotto l’ala di José Mourinho, è il cervello che darà ritmo alla manovra bosniaca. È un giocatore che ha imparato a leggere il gioco negli spogliatoi di Trigoria, assorbendo quella capacità di interdire e ripartire che è fondamentale in partite da “dentro o fuori”. Accanto a lui, la solidità di Dario Saric, veterano che ha masticato il fango della Serie B e il sudore della Serie A per anni, garantisce alla Bosnia quella dose di “cattiveria” agonistica necessaria per spezzare le trame di gioco di Gattuso. Sanno quando fare fallo, sanno quando rallentare, sanno come innervosirci.
Probabili formazioni Bosnia-Italia: la trappola è pronta
Gattuso sa bene che a Zenica non si vincerà con il fioretto, ma con la sciabola. La Bosnia proverà a batterci usando lo specchio: difesa bassa, raddoppi sistematici e malizia nei momenti chiave del match. Per questo il CT azzurro sta meditando di lanciare la freschezza di Pio Esposito o la fisicità di Retegui, cercando di scardinare un blocco difensivo che ci conosce fin troppo bene. Martedì sera non sarà solo una questione di schemi, ma di nervi: dovremo superare i nostri stessi segreti, finiti nelle mani (e nei piedi) dei nostri avversari più pericolosi. L’Italia deve dimostrare di essere ancora il maestro, in una notte dove l’allievo ha tutta l’intenzione di superarlo.

