Il prossimo 19 luglio, al MetLife Stadium di New York, Donald Trump salirà sul palco insieme a Gianni Infantino per consegnare la coppa alla Nazionale vincitrice dei Mondiali 2026. A confermarlo è stato lo stesso presidente della FIFA in un’intervista a Fox. Le sue dichiarazioni hanno suscitato numerose polemiche, perché la partecipazione del presidente statunitense alla cerimonia non viene letta come un semplice gesto protocollare, ma come il punto d’arrivo simbolico di una delle edizioni della Coppa del Mondo più controverse di sempre: il Mondiale più grande, più ricco, più esteso e più politicamente esposto. Con 48 squadre, 104 partite, tre Paesi ospitanti, distanze enormi, prezzi record, problemi di accesso, impatto ambientale, condizioni climatiche estreme e la presenza ingombrante degli sponsor, la domanda non è tanto se questo torneo stia funzionando, quanto quanto calcio sia davvero rimasto al centro del Mondiale.
Infantino, Trump e la finale dei Mondiali 2026 trasformata in passerella politica
L’annuncio di Infantino sulla presenza di Trump alla premiazione non arriva dal nulla e di certo non sorprende. Il presidente della FIFA e il presidente degli Stati Uniti, infatti, intrattengono già da anni uno stretto rapporto personale e politico. I due si conoscono dai tempi del primo mandato di Trump, da quando l’edizione del Mondiale del 2026 venne assegnata a Stati Uniti, Canada e Messico. Da allora Infantino ha presenziato diversi eventi come unico personaggio non a capo di un Paese o non in qualità di diplomatico, tra cui il Forum di Davos nel 2020, in occasione di una cena organizzata dalla Presidenza a stelle e strisce, e nello stesso anno la cerimonia per la firma degli Accordi di Abramo, una serie di intese diplomatiche storiche volte alla normalizzazione delle relazioni tra Israele e diversi Paesi arabi, tra cui Emirati Arabi Uniti e Bahrein prima e Sudan e Marocco poco dopo. Più recentemente, a fine 2025, Infantino era presente agli incontri in Egitto per gli accordi di pace tra Israele e Hamas promossi dal tycoon. Il rapporto tra Infantino e Trump è da tempo definito problematico: da una parte si accusa il presidente USA di strumentalizzare i tornei internazionali di calcio per i suoi fini politici, dall’altra si accusa il numero uno della FIFA di star politicizzando un’organizzazione che dovrebbe essere super partes. Lo stesso Infantino, infatti, ha più volte speso parole a favore di Trump, arrivando a dire pubblicamente che senza il suo coinvolgimento l’organizzazione del Mondiale in corso non sarebbe stata possibile. Da molti queste dichiarazioni sono state lette come una rivendicazione esplicita della vicinanza ai leader politici dei Paesi ospitanti. Una questione che non riguarda solo gli Stati Uniti, ma anche i rapporti coltivati negli anni con i vertici del Qatar, che ha ospitato il Mondiale 2022, e dell’Arabia Saudita, sede dell’edizione 2034. Abbiamo già visto in precedenza come il calcio, e in generale gli eventi sportivi, siano diventati parte delle strategie di soft power. In questo senso, la presenza di Trump alla finale del 19 luglio potrebbe essere letta anche come un’operazione di rappresentanza istituzionale. Il timore, tuttavia, è che la consegna del premio si trasformi in un palco su cui il presidente della FIFA e il presidente del Paese ospitante si legittimano a vicenda: così, il momento più simbolico del calcio mondiale parlerebbe più di leadership, visibilità e potere che di sport. La vicinanza tra la FIFA e la politica nordamericana appare ancora più stonata se inserita nel contesto del torneo in corso. Tra restrizioni migratorie, tensioni diplomatiche, difficoltà nell’ottenimento dei visti, costi proibitivi e retroscena commerciali, infatti, la premiazione rischia di non essere una celebrazione globale ma un endorsement economico e politico.
Il Mondiale a 48 squadre: la retorica dell’inclusione e la realtà del business
Il Mondiale 2026, come ormai già ben sappiamo, è il primo della storia a esordire con un modello a 48 squadre. Questo importante cambiamento è stato introdotto dalla FIFA nell’ottica di una svolta inclusiva volta alla democratizzazione del torneo. L’obiettivo è stato in parte raggiunto: alcune Nazionali, come Curaçao e Capo Verde, hanno ottenuto per la prima volta nella loro storia la qualificazione al torneo, regalandoci alcune delle storie umane migliori di questi giorni. Da un punto di vista calcistico, i premi previsti per la partecipazione alla Coppa del Mondo infonderanno nuova linfa alle federazioni e al calcio nazionale; da un punto di vista geopolitico, la presenza sui campi di alcune Nazionali darà a questi Paesi maggiore visibilità. Questo è sicuramente un merito per il nuovo format. D’altro canto non si può ignorare il risvolto economico di questo massiccio allargamento. Più Nazionali significa più partite, più mercati televisivi, più sponsor regionali, più pubblico potenziale, più finestre commerciali da vendere. Significa soprattutto trasformare la Coppa del Mondo in un prodotto mediatico ancora più lungo, più capillare e più redditizio, in grado di occupare per settimane il tempo dell’attenzione globale. Il nuovo format, dunque, non allarga solo la partecipazione ma anche il business. Le 104 partite in programma diventano un moltiplicatore perfetto di introiti, diritti, sponsorizzazioni e contenuti. In questa trasformazione del tifoso in consumatore, il torneo si traduce in un flusso continuo di highlight, clip, statistiche, storytelling, fantasy game, merchandising e attivazioni social distribuite su più piattaforme contemporaneamente. Cosa c’è di male se il Mondiale viene organizzato per produrre maggiori profitti? Di per sé nulla. A essere sbagliata è forse la retorica forzata dell’inclusione utilizzata per motivare una scelta che risponde, invece, principalmente a logiche industriali. E, soprattutto, mascherare da progresso sportivo ciò che in realtà è un aumento della scala economica del torneo. Un Mondiale più grande non equivale a un Mondiale migliore, un aumento delle partite non si traduce automaticamente in maggiore qualità. Più squadre e più partite non significano automaticamente maggiore accessibilità o maggiore inclusione.
Mondiali 2026, impatto ambientale e caldo estremo: perché l’hydration break non convince
Uno dei grandi limiti di questa edizione della Coppa del Mondo è, secondo gli esperti, quello climatico e ambientale. Secondo le stime di una ricerca del Scientists for Global Responsibility, dell’Environmental Defense Fund (EDF) e dell’iniziativa sportiva Cool Down, infatti, i Mondiali 2026 potrebbero passare alla storia come l’edizione più inquinante di sempre con emissioni di gas serra pari a 9 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente, quasi il doppio della media storica, provenienti soprattutto dai trasporti aerei (merito dell’allargamento a 48 squadre e dell’organizzazione in tre Paesi). Allo stesso tempo, sarà l’edizione più colpita dai cambiamenti climatici. A preoccupare sono soprattutto le condizioni in cui si gioca e i possibili danni alla salute di atleti, arbitri, addetti ai lavori e tifosi. Impossibilitata a spostare le partite in orari più “freschi” a causa delle logiche televisive, per far fronte al problema delle alte temperature la FIFA ha introdotto la cosiddetta hydration break, la “pausa idratazione”: un’interruzione ufficiale prevista intorno al 30° e al 75° minuto quando la temperatura di bulbo umido supera i 32 °C, così da consentire ai calciatori di reidratarsi. L’introduzione di questa pausa, tuttavia, ha scatenato non poche polemiche. Secondo diversi addetti ai lavori e commentatori, la pausa idratazione spezzerebbe il momentum della partita, raffreddando l’intensità agonistica, interrompendo la continuità emotiva del gioco e rischiando di penalizzare la squadra che, al momento dello stop, sta vivendo la fase migliore del match. Secondo alcuni scienziati ed esperti di medicina sportiva intervistati da NPR, inoltre, la misura sarebbe totalmente insufficiente dal punto di vista medico. A guadagnarci sarebbero, al contrario, gli sponsor: i pochi minuti di pausa, infatti, sarebbero sfruttati per mandare in onda spot pubblicitari e generare profitti ancora maggiori.
Sponsor, brand e clean stadium policy: come la FIFA protegge il business dei Mondiali
Profitti e logiche commerciali sono alla base anche della “clean stadium policy” della FIFA. Si tratta di una rigida regola di marketing della federazione che impone la rimozione e la copertura di qualsiasi marchio, logo o nome commerciale non autorizzato all’interno o all’esterno degli stadi che ospitano le partite dei tornei ufficiali. In pratica, la rimozione di qualsiasi marchio non collegato alla FIFA per proteggere l’esclusiva commerciale degli sponsor ufficiali. Durante questo Mondiale 2026, tuttavia, l’applicazione di questa policy ha prodotto dei risultati paradossali. Il Levi’s Stadium di Santa Clara, in California, ad esempio, è stato ribattezzato San Francisco Bay Area Stadium e il logo Levi’s è stato coperto con un telo bianco che, tuttavia, non ne nasconde la forma molto riconoscibile. Il brand di jeans ha persino cambiato il proprio logo sui canali social, sostituendolo con il logo “batwing” (a forma di ali di pipistrello) completamente bianco, sfruttando una regola che ne avrebbe dovuto azzerare la visibilità in una strategia d’immagine. Una cosa simile è successa al Gillette Stadium a Foxborough, nel Massachusetts, ribattezzato Boston Stadium: il logo del marchio è stato ricoperto con un effetto a schiuma da barba. Nel tentativo di blindare la visibilità degli sponsor ufficiali, la FIFA ha inconsapevolmente dato enorme risalto proprio ai brand oscurati, trasformandoli in una storia dentro la storia del torneo. Altri brand, inoltre, hanno sfruttato i vincoli imposti dalla FIFA per riposizionarsi altrove, fuori dagli spazi ufficiali ma dentro il racconto culturale del torneo. Anche in questo caso non è la logica del profitto a far parlare quanto il rapporto sbilanciato tra i vari elementi del torneo: le pause di gioco diventano finestre pubblicitarie, gli stadi vengono trattati come superfici da bonificare e l’identità visiva del torneo viene progettata prima per gli sponsor che per i tifosi. Il timore, ancora una volta, è che al centro del Mondiale non ci sia più il calcio.
Visti negati, prezzi fuori scala e tifosi esclusi: il Mondiale che si dice globale ma resta per pochi
Come se non bastasse, a rendere ancora più fragile la retorica della “festa del mondo” ci sono le questioni legate ad accessibilità e sicurezza. I problemi legati ai visti di ingresso sono stati uno dei primi nodi a emergere, lo abbiamo visto ad esempio con la storia della madre del portiere capoverdiano Vozinha. La combinazione tra le politiche migratorie statunitensi, le procedure di sicurezza, i controlli alle frontiere e la complessità logistica di un torneo distribuito tra Stati Uniti, Canada e Messico hanno reso il Mondiale “più aperto, inclusivo e internazionale di sempre” un evento sempre meno accessibile sul piano concreto, economico e burocratico. Si è poi tanto parlato del tema dei costi. Biglietti, voli interni, hotel, trasporti, servizi e sistemi di dynamic pricing ispirati ai grandi eventi sportivi statunitensi hanno contribuito a rendere il Mondiale 2026 un evento costoso e selettivo, di fatto rivolto a una ristretta élite di tifosi. A ciò si aggiungono le tecnologie messe in campo per la sicurezza. In alcuni stadi sarebbero state introdotte tecnologie di riconoscimento facciale per i controlli dei tifosi agli ingressi. Numerose organizzazioni hanno puntato il dito contro l’uso di tecnologie di riconoscimento facciale e di misure di sicurezza estreme per il rischio di violazioni della privacy e derive autoritarie nella gestione della sicurezza.
Il vero nodo dei Mondiali 2026: il calcio è ancora al centro del torneo?
Nonostante le critiche e le polemiche, in questo Mondiale 2026 il calcio continua a fare ciò che ci si aspetta reggendo il peso narrativo del torneo: produrre sorprese, grandi partite, esordi memorabili, crisi delle favorite, storie di riscatto e di appartenenza. Tutto ciò che vive intorno al calcio, tuttavia, sembra voler spostare il baricentro altrove e domina la narrazione nelle retrovie. Il prossimo 19 luglio, dunque, non ci rivelerà solo quale Nazionale alzerà al cielo la coppa ma anche quale sarà l’eredità di questa edizione del torneo. Se sarà ancora un evento pensato per il calcio e per chi lo vive, oppure se si trasformerà definitivamente nel contenitore perfetto per tutto il resto: politica, sponsor, branding, diplomazia, business. E se la risposta tende alla seconda ipotesi, allora forse le polemiche di queste settimane non sono deviazioni dal torneo: sono il torneo, o almeno ciò che il torneo sta diventando.