Partite da 100 minuti: perché il calcio dura sempre di più

Dai recuperi “scientifici” introdotti dopo il Mondiale 2022 al tema del tempo effettivo: come sta cambiando la durata delle partite tra esigenze tecniche, economiche e televisive

Non è solo un’impressione, al contrario basta guardare una qualsiasi partita di calcio per rendersi conto che i tempi del 90° minuto sono finiti. I match durano sempre di più, complice il sensibile aumento dei minuti di recupero assegnati alla fine del primo e del secondo tempo che, come conseguenza, ha trasformato la durata reale delle partite. Se fino a non molto tempo fa il recupero era una componente marginale degli incontri, oggi è invece una componente strutturale del gioco, influenzata da logiche arbitrali e commerciali che finiscono per incidere anche sulle dinamiche tecniche del gioco. Non è più una questione di “qualche minuto in più”: il tempo regolamentare si estende, sfiorando o superando i 100 minuti complessivi e, di conseguenza, cambiano i ritmi del gioco, la gestione delle energie (dei calciatori in primis) e la narrazione stessa dell’evento-partita.

Dal Mondiale 2022 ai recuperi “scientifici”: cosa è cambiato

Quando si parla di minuti di recupero, uno spartiacque importante è stato il Mondiale del 2022 in Qatar dove è stata applicata una direttiva interpretativa molto rigorosa della Regola 7 del Regolamento IFAB. La Regola 7, che in generale disciplina la durata della gara, lascia alla discrezionalità dell’arbitro la durata del recupero per ciascun periodo in risposta al “tempo perso” per sostituzioni, infortuni, check del VAR e finanche esultanze dei giocatori. La direttiva, applicata alla Coppa del Mondo e poi nei campionati nazionali e nelle competizioni UEFA a partire dalla stagione 2023/2024, ha spinto la classe arbitrale verso un calcolo più rigoroso e tecnico dei tempi di recupero, in precedenza calcolati in modo più approssimativo. Ad esempio, i festeggiamenti per una rete segnata possono valere dai 60 ai 90 secondi mentre per sostituzioni e infortuni si calcola il tempo realmente perso e non più i “30 secondi standard”. Secondo le indicazioni più recenti, ai prossimi Mondiali in Messico, Canada e Stati Uniti potrebbero essere introdotte misure ancora più restrittive in tema di “interruzioni di ritmo” e “tempo perso”, misure che diventeranno standard per la stagione 2026/27. In particolare, in tema sostituzioni, il giocatore sostituito dovrà lasciare il campo entro 10 secondi dalla visualizzazione del tabellone o del segnale dell’arbitro, oltre questo tempo il sostituto non potrà entrare in campo fino alla prima interruzione di gioco successiva al primo minuto dalla ripresa. Rimesse laterali e rinvii dal fondo potranno essere soggetti, se l’arbitro ritiene che stiano impiegando troppo tempo o siano deliberatamente ritardati, a un countdown visivo di 5 secondi oltre i quali, in caso di rimessa, questa passa all’avversario e, in caso di rinvio, viene assegnato all’avversario un calcio d’angolo. Ancora, per scoraggiare le simulazioni, i giocatori che ricevono assistenza in campo dovranno restare fuori dal campo per almeno un minuto dopo la ripresa del gioco, a esclusione del portiere. Già in Qatar la direttiva aveva portato a un drastico aumento della durata dei match, con recuperi spesso a due cifre: nel 2022, infatti, la durata media di una partita era stata di circa 105-106 minuti, contro i 97-98 minuti delle edizioni precedenti. Un dato che, nel 2026, potrebbe addirittura aumentare. Il cambiamento, però, non è solo tecnico ma culturale: nel momento in cui il tempo di gioco non è più una variabile elastica affidata alla sensibilità arbitrale, infatti, diventa una dimensione quasi “contabilizzata”, misurata e controllata al secondo.

Tempo perso e gioco effettivo: perché il calcio non è più veloce

Gli interventi della FIFA sui minuti di recupero non sono una casualità ma un modo diretto di risolvere un annoso problema del calcio moderno: l’intenzionale “tempo perso”. Se il tempo regolamentare si allunga, infatti, lo stesso non succede al tempo di gioco effettivo, anzi, sembrerebbe succedere il contrario. Nel 2022 l’obiettivo della FIFA era quello di portare a 60 minuti su 90 il tempo di gioco effettivo: un obiettivo non raggiunto dal momento che in Qatar il tempo medio di gioco effettivo è stato di 59 minuti e 28 secondi a fronte di partite che superano i 100 minuti. Neanche nei campionati nazionali, la nuova direttiva ha avuto l’esito sperato. Prendendo ad esempio la Premier League, il campionato europeo in fondo alle classifiche per tempo di gioco effettivo, nella stagione 2023/24 le statistiche parlavano di una media di 58 minuti e 11 secondi di gioco, media scesa poi a 56 minuti e 59 secondi nella stagione 2024/25, pericolosamente vicina alla media della stagione 2022/23 (prima dell’introduzione della direttiva) quando la media di minuti giocati era di 54 minuti e 49 secondi a fronte, tuttavia, di partite della durata media di 98 minuti e 27 secondi contro gli oltre 100 minuti del dopo-Qatar. Lo stesso trend negativo ha coinvolto anche gli altri principali campionati europei. In Serie A, nella stagione 2024/25 si sono giocati in media 54 minuti e 50 secondi, meno della stagione precedente dove la media arrivava a 55 minuti e 17 secondi. In Bundesliga il dato passa dai 57 minuti e 18 secondi del 2023/24 ai 55 minuti e 32 secondi del 2024/25, stessa discesa in Ligue 1 (da 57 minuti e 21 secondi a 56 minuti e 54 secondi) mentre per la Liga la media si aggira sempre intorno ai 56 minuti. Secondo i più recenti dati del CIES Football Observatory sulla stagione in dirittura d’arrivo, la Ligue 1 è il campionato dove “si gioca di più” (55,9% dei 90 minuti), seguita da Bundesliga (55,5%), Serie A e Liga (54,1%) e, in fondo, Premier League (53,1%). Il distacco con il fratello inglese, tuttavia, non è una grande consolazione per il campionato italiano se si valuta, sui “pochi” minuti di gioco, la qualità del gioco stesso. Secondo le statistiche di Kickest, la Serie A è ultima tra i 20 principali tornei europei per numero di gol segnati in media a partita: 2,43 reti a partita contro i 3,50 gol di Champions League, i 3,20 della Bundesliga, i 2,82 della Ligue 1, i 2,73 della Premier League e i 2,69 della Liga. Vanno meglio anche la Premier League (2,73 gol a partita), l’Europa League (2,71) ma anche i campionati di seconda divisione con la Serie B che registra una media di 2,55 gol a partita, la Championship inglese che arriva a 2,60 e la Ligue 2 francese che viaggia sui 2,51.

Perché il tempo nel calcio è diventato una risorsa economica

Le decisioni della FIFA, se da un lato vogliono intervenire su una questione tecnica, incidono profondamente anche su un altro aspetto del calcio moderno. La sua economia. Il tempo delle partite, se lo guardiamo da un punto di vista televisivo e commerciale, è un valore monetizzabile. Più minuti (di gioco o apparente tale) significano più contenuti da trasmettere, più sponsor, più broadcaster e, in definitiva, più possibilità di intrattenere il pubblico e la sua attenzione. In tal senso, la durata dell’evento-partita, in un sistema economico basato sui diritti televisivi, diventa parte integrante del prodotto calcio. Non a caso, man mano che i minuti aumentano, cresce parallelamente l’industria audiovisiva sportiva che vede nelle competizioni sportive un asset mediatico da ottimizzare. Il confronto tra tempo della partita e tempo di gioco effettivo, poi, fa riferimento anche a un trend in forte crescita di cui abbiamo già parlato, quello della partita “spezzatino” che trova sui social network e sulle piattaforme la sua casa ideale e nei tifosi più giovani il suo pubblico ideale. Riprendendo un altro dei temi di cui abbiamo già parlato, nel considerare il rapporto tra gli oltre 100 minuti di partita e i minuti di gioco effettivi va considerato un altro aspetto: il carico fisico sui giocatori. Alla “guerra dei calendari”, quindi, si aggiunge una riflessione più ampia sulle capacità degli atleti di sostenere partite molto più lunghe in cui il rischio di infortuni e l’incidenza sulla qualità delle prestazioni generali aumenta. Ancora, considerando la questione dal punto di vista dei tifosi, più tempo non equivale a maggiore spettacolo (come abbiamo visto nelle statistiche), anzi, recuperi più lunghi possono contribuire a dilatare e diluire l’esperienza complessiva della partita fino a perdere una delle caratteristiche identitarie del calcio, il suo ritmo tra continuità e imprevedibilità.

Tempo effettivo nel calcio: il confronto con altri sport

Mentre la FIFA interviene esasperando i tempi di recupero, molti chiedono che, come già succede in altri sport, il tempo venga regolamentato in modo diverso, ad esempio introducendo il tempo effettivo, ovvero il fermo cronometro a ogni interruzione. Se storicamente il calcio ha fatto del tempo continuo e dell’imprevedibilità della durata alcuni dei suoi tratti distintivi, le direttive si muovono progressivamente verso modelli più “controllati” della gestione del tempo-partita, senza tuttavia risultati apparenti. Al contrario in sport come basket, football e hockey, soprattutto nell’ambito delle leghe nordamericano, la durata degli eventi è strutturata attraverso pause, time out e segmentazione più severe del gioco, rendendo il prodotto altamente controllabile. L’aumento dei recuperi nel gioco potrebbe essere una soluzione intermedia verso il tempo effettivo, ma tra chi lo chiede a gran voce e chi invece teme un cambiamento troppo radicale del calcio per come lo conosciamo il dibattito è acceso e non sembra voler trovare una soluzione a stretto giro.

Il calcio ha cambiato rapporto con il tempo: cosa sta succedendo

Come in altri ambiti, tuttavia, bisognerà ammettere che il calcio moderno sta vivendo una fase di profonda trasformazione. In questo scenario, il tempo sta diventando una variabile centrale che impone di essere misurata, gestita e possibilmente valorizzata. Dietro alle partite da 100 minuti, dunque, si nasconde l’evoluzione di un sistema costretto ogni giorno sempre di più ad adattarsi a nuove logiche, in primis economiche e mediatiche oltre che tecniche, che ne stanno ridefinendo le coordinate fondamentali. Tra i 90 minuti e lo sport “a cronometro”, il calcio è alla ricerca di una nuova identità.