Trump, Balogun e il cartellino rosso revocato: il caso che divide FIFA e calcio mondiale

La sospensione della squalifica dell'attaccante statunitense riaccende il dibattito sull’autonomia della FIFA, tra accuse di interferenze politiche, proteste del Belgio e ironia dopo l'eliminazione degli USA

  • Foto EPA
  • Foto EPA
  • Foto EPA
  • Foto EPA
  • Foto EPA
  • Foto EPA
/

Dopo Canada e Messico, anche gli Stati Uniti salutano l’edizione del Mondiale che stanno ospitando. La sconfitta degli statunitensi contro il Belgio agli ottavi di finale sarà ricordata per lungo tempo non tanto per il risultato in campo (4-1 a favore della selezione belga) quanto per il dibattito che ha preceduto la partita. A monopolizzare l’attenzione è stato infatti il caso di Folarin Balogun, l’attaccante statunitense espulso nei sedicesimi contro la Bosnia ed Erzegovina e inizialmente squalificato per il turno successivo. La sanzione, che pesava sulla testa degli USA come una spada di Damocle in vista della sfida agli ottavi, è stata sospesa all’ultimo momento dalla FIFA, decisione che ha permesso al giocatore di scendere regolarmente in campo. A far discutere, tuttavia, sarebbero i retroscena della sospensione, richiesta dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, come lui stesso ha ammesso. La vicenda ha acceso un confronto che va ben oltre il singolo episodio arbitrale. Da una parte chi sostiene che la Commissione disciplinare abbia semplicemente applicato un regolamento già esistente; dall’altra chi teme che la pressione politica esercitata da Trump possa aver compromesso l’immagine di imparzialità della FIFA. Sullo sfondo rimane un tema che accompagna ormai questo Mondiale fin dall’inizio: il rapporto sempre più stretto tra calcio, politica e potere.

Dall’espulsione contro la Bosnia alla revoca della squalifica: cos’è successo

Il caso nasce durante Stati Uniti-Bosnia ed Erzegovina, partita valida per i sedicesimi di finale. Al 64esimo minuto l’attaccante Folarin Balogun interviene in ritardo sul difensore avversario Tarik Muharemović. L’arbitro brasiliano Raphael Claus, inizialmente orientato verso un’ammonizione, viene richiamato al monitor dal VAR e decide di espellere l’attaccante statunitense per grave fallo di gioco. Secondo l’articolo 10.5 del Regolamento FIFA, un cartellino rosso comporta automaticamente la squalifica per la partita successiva. Poche ore prima della partita USA-Belgio valida per gli ottavi, tuttavia, la Commissione disciplinare FIFA ha congelato la sospensione citando l’articolo 27 del Codice disciplinare secondo il quale “l’organo giudiziario può decidere di sospendere, in tutto o in parte, l’esecuzione di un provvedimento disciplinare” per un periodo di 12 mesi detto “probation” durante il quale il giocatore è “in prova” (se durante questo periodo commette un’infrazione di natura o gravità simile deve scontare la giornata di stop sospeso e l’eventuale seconda sanzione). L’articolo 27, che convive con gli articoli 66.4 del Codice disciplinare FIFA e 10.5 del Regolamento della Coppa del Mondo che prevedono la squalifica automatica dopo un’espulsione, era già stato utilizzato nel 2025 dopo un cartellino rosso ai danni di Cristiano Ronaldo durante la gara di qualificazione ai Mondiali 2026 tra Portogallo e Irlanda. Allora CR7 era stato sanzionato con tre giornate di squalifica ma ne aveva scontata solo una mentre le altre due erano state sospese per il periodo di prova. 

Trump interviene sul caso Balogun

L’articolo 27, come dichiarato in una nota dalla Commissione disciplinare che ha voluto sottolineare la propria indipendenza, non sarebbe dunque senza precedenti. A far discutere, tuttavia, sono state le parole di Donald Trump sulla questione. Il presidente, infatti, è intervenuto pubblicamente dichiarando di essere “una persona a cui piace lo sport” e che quello di Balogun non era un fallo” ma “due grandi atleti che si sono scontrati”. Sull’arbitro Raphael Claus ha poi detto: “è un po’ sospetto se si guarda al suo passato”, riferendosi ad accuse risalenti al 2024 di partite truccate e cartellini non in regola, accuse che si sarebbero rivelate infondate. Trump ha poi ammesso di aver “chiesto una revisione a un uomo che è molto rispettato”, riferendosi a Gianni Infantino, aggiungendo: “non gli ho detto cosa fare, non è stato lui a prendere la decisione. È stato un comitato a farlo. È stata una decisione brillante”. Quando la decisione della Commissione è stata resa nota, infine, il presidente statunitense ha scritto su Truth: “Grazie alla FIFA per aver agito secondo giustizia e per aver posto rimedio a una grave ingiustizia!”. Proprio l’intervento di Trump ha alimentato le polemiche. 

Le proteste del Belgio: “Non difendiamo noi, difendiamo il calcio”

Sulla questione della squalifica sospesa sono intervenuti numerosi personaggi del mondo dello sport e non, a partire dalla Federcalcio belga. Come si legge in un comunicato, la RBFA si è detta “sbalordita dalla decisione della FIFA di dichiarare il giocatore statunitense squalificato Folarin Balogun idoneo a giocare la partita di tra Stati Uniti e Belgio”. Inizialmente sembrava anche che la federazione avesse presentato ricorso sulla decisione di sospensione, ricorso che la FIFA avrebbe dichiarato “inammissibile”. La RBFA ha poi spiegato di non aver presentato alcun ricorso ma di aver inviato “una lettera alla FIFA richiedendo una copia della decisione, una spiegazione della procedura seguita e illustrando la propria posizione in merito ai regolamenti applicabili”. La FIFA avrebbe risposto di “considerare tale corrispondenza come un ricorso” e “di aver nominato un giudice”, “contemporaneamente di rispondere alle legittime richieste della RBFA”. La Federazione, nella chiusura del comunicato, si è detta “profondamente preoccupata per lo svolgimento degli eventi” e ha sottolineato che “continuerà a battersi nelle prossime ore, giorni e mesi in difesa dei principi fondamentali di etica, di concorrenza leale e degli interessi del calcio nel suo complesso”. Il vicepremier e ministro degli Affari esteri del Belgio, Maxime Prévot, ha dichiarato in un’intervista con Politico che “se davvero una telefonata avesse portato a questa decisione incomprensibile, ciò equivarrebbe a minare le regole più elementari del calcio e dello sport”. Il Commissario UE allo Sport, Glenn Micallef, ha detto che da tifoso ritiene la sospensione una “decisione sbagliata”: “la mia posizione è sempre stata chiara, le decisioni relative alle regole sportive e alle questioni sportive spettano agli organismi sportivi, non ai politici. Influenzare le decisioni sportive minerebbe l’autonomia dello sport”. Le parole più ironiche e dure sono arrivate, poco prima della sfida per gli ottavi, dal tecnico dei Diavoli rossi Rudi Garcia: “non sapevo che per la FIFA il 5 luglio fosse il primo d’aprile. È il pesce d’aprile. Voglio fare riferimento anche al comunicato della federazione, lì c’è scritto tutto. La federazione non difende solo se stessa, ma anche il calcio in generale, l’integrità e l’etica. Credo sia la prima volta nella storia che viene presa una decisione del genere”. In ballo secondo il tecnico non c’era solo la propria selezione ma la tutela del calcio e il principio secondo cui le regole dovrebbero essere uguali per tutti. Sono poi intervenuti anche diversi dirigenti della federazione belga che hanno espresso perplessità, sottolineando come una decisione di questo tipo, arrivata a poche ore da una partita a eliminazione diretta, rischi di alimentare il sospetto che fattori esterni possano incidere sull’autonomia delle decisioni disciplinari. Persino qualche giocatore ha speso due parole sul tema, tra cui Thibaut Courtois, che ha definito la revoca della squalifica una scelta sorprendente, soprattutto per le tempistiche con cui è stata comunicata. Le critiche non si sono limitate al Belgio. Diversi commentatori europei hanno osservato come, pur essendo formalmente prevista dal regolamento, una decisione di questo tipo rischi di creare un precedente difficile da gestire nelle future competizioni internazionali. Giovanni Malagò, presidente della FIGC, ha dichiarato: “è inutile che ce lo raccontiamo, è una decisione che ha un evidente sapore politico. È un precedente pericolosissimo, spero se ne rendano conto”. Anche l’Europarlamento è intervenuto. Una trentina di parlamentari europei, infatti, avrebbero sottoscritto una lettera indirizzata alle federazioni calcistiche europee chiedendo un’indagine sulla FIFA e sul presidente Infantino. L’indagine avrebbe l’intento di “accertare se il presidente della FIFA, Gianni Infantino, sia stato coinvolto nella decisione, e se le pressioni dell’amministrazione USA abbiano influito su tale scelta”. 

Le reazioni negli Stati Uniti alla decisione della FIFA

Se in ambito europeo le critiche alla decisione della FIFA sono state quasi unanime, con pieno coinvolgimento anche della UEFA, negli Stati Uniti le reazioni sono state diverse. Il segretario di Stato statunitense Marco Rubio, in linea con il presidente Trump, aveva chiesto pubblicamente che il cartellino venisse annullato. Il commissario tecniche statunitense Mauricio Pochettino ha dichiarato che si è trattata di “una decisione giusta, perché non avrebbe mai dovuto essere un cartellino rosso”, definendo la sanzione “eccessiva”. La US Soccer, la federazione, si è detta “soddisfatta” della decisione della FIFA. Il senatore repubblicano Ted Cruz ha ringraziato Trump con queste parole: “da parte degli Stati Uniti grazie per aver fatto cancellare quel ridicolo cartellino rosso”. 

Poi il Belgio elimina gli Stati Uniti: il boomerang perfetto

Alla fine, il campo ha scritto una storia diversa. Con Balogun regolarmente a disposizione, definito suo malgrado da alcuni commentatori “un fantasma”, gli Stati Uniti sono comunque stati eliminati dal Belgio al termine di una partita combattuta. Il risultato ha immediatamente alimentato l’ironia sia in campo che sui social network. Dopo il quarto gol firmato da Romelu Lukaku, i giocatori della Nazionale belga hanno improvvisato quella che è stata definita la “Trump dance”. La stessa RBFA ha postato sui propri canali social una foto di Lukaku accompagnata dalla caption “Overturn this” (“Ribaltate questo”). Molti utenti hanno scherzato sul fatto che Trump fosse riuscito a ottenere la revoca della squalifica, ma non quella dell’eliminazione. Altri hanno ironizzato sostenendo che, dopo aver chiesto di cambiare una decisione arbitrale, mancasse soltanto la richiesta di rigiocare la partita. Come spesso accade nel calcio contemporaneo, il dibattito è così uscito rapidamente dal terreno regolamentare per trasformarsi in un fenomeno mediatico, tra meme, satira e commenti politici. Al netto dell’ironia, la sfida tra USA e Belgio si è chiusa anche con un gesto di fair play. Come raccontato dal tecnico belga Garcia, Folarin Balogun (che prima della sospensione aveva definito la squalifica “da accettare”) lo avrebbe raggiunto al termine della partita per un confronto diretto. “È venuto a parlarmi e mi ha fatto molto piacere. Non è colpa sua, non è lui quello da biasimare. Ho apprezzato il gesto e apprezzo il giocatore”, ha dichiarato il CT. 

Un altro capitolo del Mondiale più politico degli ultimi anni

Il caso Balogun si inserisce perfettamente nel contesto di un Mondiale che, fin dall’inizio, ha mostrato quanto politica e calcio siano ormai sempre più intrecciati. Abbiamo già visto come il rapporto tra Gianni Infantino e Donald Trump sia diventato uno dei temi ricorrenti del torneo, culminato con l’annuncio della presenza del presidente statunitense alla cerimonia di premiazione del prossimo 19 luglio. Allo stesso modo, abbiamo raccontato come la Coppa del Mondo sia sempre più utilizzata dagli Stati ospitanti come strumento di soft power, capace di rafforzare immagine internazionale, consenso e prestigio geopolitico. In questo quadro, la vicenda Balogun assume un significato che supera il singolo episodio disciplinare. Anche ammettendo che la FIFA abbia semplicemente applicato una norma già prevista dal proprio regolamento, resta la percezione che il peso politico dei grandi leader possa influenzare, o quantomeno sembrare influenzare, il racconto del torneoEd è forse proprio questa la vera eredità del caso: non tanto la revoca di una squalifica, quanto il fatto che, ancora una volta, uno dei principali argomenti di discussione dei Mondiali non riguardi ciò che è accaduto sul campo, ma tutto ciò che gli ruota intorno.