Dossier stadi Europei 2032, Malagò lancia la sfida: “nuovi impianti sono la frontiera per il rilancio”

Il candidato alla Figc analizza le scadenze per Euro 2032 e sposa il monito della Uefa: gli stadi moderni devono diventare asset industriali, sul modello della Premier League

Il countdown per gli Europei 2032 è ufficialmente iniziato e il futuro del calcio italiano passa inevitabilmente dallo stato delle sue infrastrutture. Durante il Roma REgeneration Forum, Giovanni Malagò, candidato ufficialmente alla presidenza della Figc, ha analizzato la situazione attuale legata agli stadi, tracciando una rotta chiara: la costruzione e l’ammodernamento degli impianti non sono più opzionali, ma rappresentano l’unico vero motore per restituire competitività internazionale a tutto il sistema calcistico nazionale.

Corsa contro il tempo per Euro 2032: rispetto delle scadenze su larga scala

Il dossier stadi per l’appuntamento continentale del 2032 impone una severa tabella di marcia. Malagò ha confermato che le istituzioni si stanno muovendo e mostrano ottimismo sul completamento dei quadri provvisori. Tuttavia, la vera sfida strutturale risiede nella copertura geografica: l’obiettivo deve essere un completamento su larga scala geografica del Paese.

“Lo stadio non è solo un luogo dove si gioca a calcio e non deve essere solo quello”.

Questa dichiarazione di Malagò apre a una riflessione cruciale sul piano urbanistico e sociale. Lo stadio moderno va inteso come un ecosistema inserito nel tessuto urbano, capace di vivere sette giorni su sette attraverso servizi, spazi commerciali e aree di aggregazione, superando la vecchia concezione di impianto aperto solo nel giorno della partita.

Il parallelismo con l’industria e il gap segnalato dalla Uefa

Per spiegare l‘urgenza di questa trasformazione, Malagò ha tracciato un parallelismo chiarissimo con il mondo aziendale, definendo i nuovi impianti come la vera “frontiera” del settore:

“Una fabbrica funziona se ci sono impianti, investimenti e anche tutti gli aspetti di supporto al prodotto e i servizi”.

Senza questa base industriale, il prodotto calcio perde inevitabilmente appeal e valore di mercato. Un allarme, questo, che era già stato sollevato direttamente dai vertici del calcio europeo. Lo stesso presidente della Uefa, Aleksander Ceferin, ha sollecitato l’Italia a ridurre e compensare il divario infrastrutturale con l’estero. Il rilancio economico e sportivo è infatti strettamente legato alla competitività che solo una nuova generazione di impianti può garantire.

Il modello della Premier League applicato a cascata

La riflessione finale si sposta sulla sostenibilità dell’intero movimento. La svolta infrastrutturale non deve rimanere un beneficio a uso e consumo esclusivo dei top club della massima serie. Guardando a modelli virtuosi come la Premier League, i benefici di stadi moderni e di proprietà si riflettono a cascata su tutto il sistema, portando ricavi, pubblico e stabilità economica anche alle squadre di minore importanza e alle categorie inferiori. Il rilancio del calcio italiano, dunque, o sarà totale e diffuso sul territorio, o rischierà di lasciare indietro pezzi fondamentali dello sport nazionale.