Il mondo del calcio italiano si appresta a vivere settimane di altissima tensione politica e giuridica. La corsa alla presidenza della FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio), le cui elezioni sono fissate per il 22 giugno 2026, si tinge di giallo. Al centro della tempesta c’è Giovanni Malagò, la cui recente candidatura ufficiale rischia di naufragare prima ancora del voto. Il motivo? Un presunto caso di ineleggibilità legato alla normativa sul cosiddetto pantouflage (o door-to-missing), che ha spinto la politica a muoversi ufficialmente. Il senatore della Lega Roberto Marti, presidente della 7a Commissione permanente del Senato (Cultura, istruzione, sport), ha infatti depositato un’interrogazione a risposta scritta indirizzata direttamente al ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi. L’obiettivo è fare immediata chiarezza per evitare l’ennesimo terremoto istituzionale nel calcio italiano.
Il nodo delle date: perché la candidatura di Giovanni Malagò rischia il blocco
Il problema principale che rischia di bloccare la candidatura di Giovanni Malagò è una questione di pura matematica temporale legata alla legge anticorruzione. Secondo i documenti presentati in Senato, Malagò ha lasciato ufficialmente la presidenza del CONI il 26 giugno 2025. Le elezioni per la presidenza della FIGC sono invece fissate per il 22 giugno 2026. Questo significa che tra la fine del suo mandato al CONI e il possibile voto in Federcalcio sarà passato (quasi) soltanto un anno, un tempo nettamente inferiore rispetto ai limiti imposti dalla legge italiana per questo tipo di passaggi istituzionali.
Cos’è il “pantouflage” e perché si applica al caso FIGC-CONI
Per capire cosa sta succedendo, bisogna conoscere una parola strana ma importantissima: pantouflage (chiamato anche “divieto di porte girevoli”). È una regola dello Stato creata per evitare favoritismi. Volendo parafrasare, è come se la legge dicesse questo: se sei stato il capo di un ente pubblico, non puoi passare subito a fare il capo di un ente privato con cui facevi affari o su cui dovevi vigilare. Devi fermarti e rispettare un periodo di “raffreddamento” che dura ben 3 anni. Questo serve a garantire che nessuno usi il vecchio potere pubblico per ottenere vantaggi nel nuovo lavoro privato. Ma perché questa regola si applica proprio a Malagò e al calcio? L’ANAC (l’Autorità Nazionale Anticorruzione) ha messo in chiaro due punti fondamentali:
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Il CONI è come il ministero dello sport: Anche se gestisce gli atleti, per la legge italiana il CONI è a tutti gli effetti una Pubblica Amministrazione.
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La FIGC dipende dal CONI: È vero che la Federcalcio è un ente privato, ma non può fare quello che vuole. È proprio il CONI che decide se riconoscerla ufficialmente, ne approva i bilanci, controlla i suoi regolamenti e, se le cose vanno male, ha persino il potere di commissariarla (cioè di cacciare i vertici e prendere il comando).
Insomma, visto che il CONI controlla e finanzia la FIGC, chi ha guidato il CONI non può sedersi sulla poltrona della Federcalcio prima che siano passati 3 anni. Ed è proprio qui che la candidatura di Malagò rischia di scontrarsi contro un muro.
Cosa chiede l’interrogazione parlamentare della Lega al Ministro Abodi
L’iniziativa del senatore Roberto Marti punta a prevenire un potenziale caos giuridico il giorno del voto. Nell’interrogazione parlamentare viene chiesto ufficialmente al ministro dello Sport Andrea Abodi se ritenga opportuno:
“Promuovere, per quanto di competenza, un chiarimento preventivo presso le autorità competenti, anche mediante interlocuzione con ANAC e con gli organismi di vigilanza sportiva”.
L’atto punta a ottenere “certezza del diritto, trasparenza e uniformità applicativa” prima della data fatidica del 22 giugno. Il rischio concreto, qualora non si facesse luce subito, è quello di esporre le imminenti elezioni della FIGC a ricorsi infiniti, congelando la governance dello sport più seguito (e attualmente più tormentato) d’Italia. Si attende ora la risposta ufficiale del Ministero.