Serie B 2025/2026: il campionato ascensore che racconta il calcio italiano

Frosinone e Venezia tornano in Serie A mentre playoff e playout ridisegnano una Serie B sempre più instabile tra sostenibilità economica, giovani e “club ascensore”

La Serie B della stagione 2025/26 ha emesso i suoi verdetti, o quasi. Juve Stabia, Monza, Catanzaro e Palermo devono ancora affrontare le ultime fasi dei playoff per scoprire quale sarà la terza squadra promossa in Serie A. Per Bari e Südtirol, invece, si attendono i due match che decideranno quale club si aggiungerà a Pescara, Spezia e Reggiana per la retrocessione in Serie C. Mentre playoff e playout continuano a ridisegnare gli equilibri del campionato, i riflettori sono puntati soprattutto sulle due promosse dirette: il Venezia, che torna in Serie A dopo la stagione 2021/22, e il Frosinone, di nuovo nella massima serie dopo la retrocessione del 2023/24. Le due promozioni che arrivano a così breve distanza dall’ultima stagione in massima serie mostrano come promozione e retrocessione, una volta eventi eccezionali nella storia di un club, oggi sono parte di un ciclo continuo che coinvolge soprattutto i club che più di tutti hanno saputo adattarsi all’equilibrio tra Serie A e Serie B. Proprio l’oscillazione tra categorie diverse caratterizza i cosiddetti “club ascensore”, realtà in grado di raccontare alcuni importanti aspetti del calcio italiano contemporaneo.

Serie B e “club ascensore”: il calcio italiano vive nel mezzo

Soprannominata non a caso il “dolce Purgatorio calcistico”, per anni la Serie B italiana è stata considerata una categoria di passaggio, uno spazio di “penitenza” tra la massima serie e le serie minori, allo stesso tempo trampolino verso l’alto e punto più basso prima della risalita. La dinamica dei cosiddetti “club ascensore”, che si va ad unire a una serie di dinamiche che oggi vediamo nel calcio italiano, tuttavia, oggi ci racconta un’altra storia. Il confine tra Serie A e Serie B diventa sempre più fluido e la cadetteria si trasforma in una zona intermedia permanente con caratteristiche proprie. Club come Frosinone, Empoli, Verona, Venezia, Lecce e Cagliari, il cui percorso degli ultimi anni è stato caratterizzato proprio da un susseguirsi di promozioni e retrocessioni, sono diventati presenze ricorrenti in B come in A. Così, nel frattempo, hanno adattato la propria struttura economica e sportiva a questo “sali e scendi” costante, sviluppando modelli economicamente sostenibili in entrambe le categorie. L’obiettivo di questo adattamento non è stabilizzarsi in A, per quanto auspicabile, ma riuscire a mantenere la propria competitività in un percorso altalenante.

Quanto vale davvero una promozione in Serie A

Promozione e retrocessione, infatti, non sono solo successi o sconfitte sportivi. Dietro c’è molto altro. Da un punto di vista economico, tenendo in considerazione l’importante divario tra Serie A e Serie B dovuto a ricavi sui diritti televisivi, sponsorship e visibilità internazionale, salire di categoria incide radicalmente, in positivo, sui bilanci di un club. La ripartizione dei proventi dai diritti televisivi, infatti, prevede che tutti i club ricevano in parti uguali il 50% dei proventi totali, il 28% viene distribuito per meriti sportivi (dell’ultimo campionato in particolare oltre ai risultati storici) e il 22% in base al radicamento sociale (minutaggio dei giovani, spettatori allo stadio e audience televisiva). Su un totale dei ricavi di circa 900 milioni di euro, dunque, ogni club riceve di base circa 22,5 milioni di euro. Tenendo in considerazione anche le variabili, secondo l’ultimo Report Calcio FIGC, la promozione in Serie A porta con sé ricavi aggiuntivi per 37 milioni di euro complessivi a cui si aggiungono, ancora, le eventuali sponsorizzazioni avvantaggiate da una maggiore visibilità. Ovviamente salire in A comporta anche un aumento dei costi stimato intorno ai 27 milioni di euro, su cui pesano soprattutto gli stipendi (17 milioni secondo le stime). Al contrario, retrocedere in Serie B comporta una perdita, soprattutto sul fronte dei diritti televisivi, e mette a rischio eventuali investimenti. L’impatto economico della retrocessione, tuttavia, è mitigato dal cosiddetto “paracadute”, un contributo da 60 milioni complessivi destinato ai club che lasciano la massima serie. Alle “società di fascia A”, ovvero quelle che hanno giocato in A per una sola stagione, vengono corrisposti 10 milioni; alle “società di fascia B”, che hanno giocato in A per due stagioni (anche non consecutive) nelle ultime tre, vengono corrisposti 15 milioni; infine, alle “società di fascia C”, che hanno militato in Serie A per almeno tre stagioni (anche non consecutive) nelle ultime quattro, vengono corrisposti 25 milioni. Se la quota complessiva per le retrocesse è inferiore ai 60 milioni, l’avanzo viene aggiunto al paracadute della stagione successiva; al contrario, se supera i 60 milioni, ogni quota viene riproporzionata. Il “paracadute retrocessione” è certamente un aiuto importante per le retrocesse ma nella maggior parte dei casi non basta a garantire la stabilità dei club che, così, si ritrovano costretti a intervenire sul monte ingaggi, cedere i migliori giocatori della rosa e ridimensionare i progetti tecnici. Essere promossi in Serie A, dunque, va ben oltre una semplice conquista sportiva: permette ai club di entrare (o rientrare) in un ecosistema economico completamente diverso dalla cadetteria. Allo stesso tempo, da un altro punto di vista, richiede importanti interventi sul profilo dello staff tecnico, allenatore in primis, e della rosa dei giocatori in campo, nonché eventuali interventi infrastrutturali per adeguare le strutture sportive ai requisiti della massima serie. Giocare in Serie A, in poche parole, significa confrontarsi con standard economici, tecnici e infrastrutturali completamente diversi.

Club di provincia e sostenibilità: il modello Frosinone

La promozione del Frosinone in Serie A conferma una tendenza ormai sempre più evidente, la differenza di rendimento tra i club di provincia più organizzati e le piazze storiche che, seppur più blasonate, sono spesso anche più instabili. Nel contesto del calcio italiano, infatti, il Frosinone rappresenta un modello di sostenibilità da molteplici punti di vista.

Oltre ai lavori sul Benito Stirpe che lo hanno reso uno stadio “verde” grazie all’autosufficienza energetica, il club ciociaro si distingue per la politica di contenimento dei costi e la gestione finanziaria virtuosa con un monte ingaggi contenuto (10,5 milioni di euro contro i 28,2 del Venezia), l’impegno sociale sul territorio e le partnership sostenibili, e per un progetto complessivo che punta alla valorizzazione dei giovani atleti (l’età media della rosa è 24 anni, tra le più basse della cadetteria). Mentre le società capaci di lavorare con strutture snelle, costi controllati e programmazione relativamente sostenibile crescono, al contrario, sembra che le grandi piazze del calcio italiano debbano fare i conti con difficoltà economiche, cambi societari e risultati altalenanti. Una forte tradizione e un ampio bacino di tifosi non sembrano più garantire stabilità a club come Sampdoria, Palermo e Bari che continuano a incontrare non pochi ostacoli sulla strada per la continuità tecnica e finanziaria. Il Palermo sembra recuperare terreno dopo l’ingresso nel City Football Group, mentre la proprietà De Laurentiis del Bari ha causato in quest’ultima stagione non poche contestazioni. Questi e altri esempi dimostrano come la dimensione storica del club non basti a garantire stabilità, neanche in Serie B, mentre sostenibilità economica, programmazioni e capacità di adattamento sembrano fare la differenza.

La precarietà tecnica del campionato ascensore

Se da una parte è innegabile che il divario economico tra Serie A e Serie B e l’instabilità economica della seconda si riflettono anche sul piano tecnico, dall’altra, come abbiamo già visto, la cadetteria presenta delle dinamiche uniche nel panorama del calcio italiano. Nella seconda serie, dunque, convivono più realtà. Molte società sono costrette a programmare stagione dopo stagione senza la possibilità di progettare a lungo termine, una verità che si riflette su continui cambi di allenatore (ben 15 cambi di panchina durante la stagione 2025/26), rose costruite con un ampio uso dei prestiti e strategie di mercato orientate al breve termine. D’altro canto, la Serie B è diventata uno dei principali laboratori del calcio italiano, soprattutto se parliamo di valorizzazione dei giovani che qui assume, oltre che una funzione sportiva, anche una funzione economica. In cadetteria emergono i talenti, si sperimentano modelli tattici e si sviluppano giocatori destinati alla Serie A e ai principali campionati stranieri. Non a caso lo scorso febbraio la Lega B ha approvato delle nuove norme per la valorizzazione dei giovani che prevedono l’abbassamento della soglia delle liste under da U23 a U21 a partire dalla stagione 2027/28, un aumento nei prossimi due anni del minutaggio minimo per gli under 21 e un aumento del bonus per i club che utilizzano i giovani che arriva così al 30%. Se la Serie B potrebbe dunque essere destinata a diventare ufficialmente il serbatoio della Nazionale, ricordiamo anche che resta il campionato più territoriale d’Italia. Come risposta alle logiche mediatiche della Serie A e ai grandi brand internazionali del calcio globalizzato, infatti, la cadetteria mantiene il suo legame con il territorio e la comunità, confermando che il forte elemento identitario può, in qualche modo, superare le differenze economiche e gli insuccessi sportivi. In definitiva, guardare ai risultati dell’ultimo campionato di Serie B vuol dire anche guardare agli effetti e alle trasformazioni di un sistema fragile e precario e, allo stesso tempo, resiliente nella sua natura più intima.