Infantino contro l’Europa: la nuova geografia del potere nelle elezioni FIFA

Dalla rottura con UEFA e FIGC al sostegno di Africa, Asia e Sud America: come il sistema “una federazione, un voto” può spingere Gianni Infantino verso un nuovo mandato fino al 2031

Gianni Infantino non ha intenzione di rinunciare alla guida della FIFA. Un portavoce del presidente dell’organo di governo del calcio mondiale ha infatti annunciato che il dirigente svizzero si candiderà alle prossime elezioni, in programma il 18 marzo 2027 a Rabat, in Marocco. Cronologicamente, se Infantino vincesse le elezioni, si tratterebbe del suo quarto periodo alla guida della Federazione internazionale dopo l’elezione del 2016 e le successive conferme del 2019 e del 2023. Per la FIFA, tuttavia, si tratterebbe soltanto del suo terzo mandato pieno e dunque dell’ultimo consentito dalle attuali regole. Rispetto alle precedenti elezioni, la corsa per la conferma alla presidenza si apre in un clima politico piuttosto teso. Una parte importante del calcio europeo ha ritirato il proprio sostegno a Infantino: tra le federazioni contrarie alla sua riconferma figurano Italia, Francia, Inghilterra, Belgio, Svezia e Scozia, mentre il presidente della UEFA Aleksander Čeferin è diventato uno dei principali oppositori politici della gestione FIFA.

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Nonostante le voci contrarie, tuttavia, ad oggi Infantino rimane il grande favorito. Le candidature si chiuderanno il prossimo 18 novembre, quattro mesi prima del voto, ma non è ancora emerso uno sfidante capace di raccogliere un consenso globale alternativo. Lo scenario attuale rende le elezioni del 2027 particolarmente significative. Nonostante abbia perso il sostegno di alcune delle federazioni più ricche, influenti e calcisticamente prestigiose del mondo, Infantino continua a essere politicamente difficile da battere. Per spiegare questo paradosso bisogna ripercorrere la trasformazione della FIFA durante gli ultimi 10 anni e analizzare la geografia del potere del calcio mondiale, dove il centro economico non coincide necessariamente con quello politico.

Da Blatter al 2031: come Infantino ha trasformato la FIFA

Quando Gianni Infantino viene eletto presidente il 26 febbraio 2016, la FIFA vive una delle crisi più profonde della propria storia. La presidenza di Sepp Blatter, in carica dal 1998 al 2015, viene investita dallo scandalo delle inchieste giudiziarie su tangenti, corruzione e riciclaggio legato ai diritti TV e all’assegnazione dei tornei, spingendo Blatter alle dimissioni. Quando arriva al vertice del calcio mondiale, Infantino, già segretario generale UEFA, promette una nuova fase. Dieci anni dopo, la FIFA è un’organizzazione più ricca e tecnologica e, soprattutto, più globale, ma è anche in conflitto con il cuore europeo del calcioI 10 anni dell’era Infantino si possono descrivere con la parola “espansione”: il Mondiale maschile è passato da 32 a 48 squadre nell’edizione del 2026, aumentando il numero di Nazionali coinvolte e delle partite disputate; il Mondiale femminile è stato ampliato a 32 partecipanti dal 2023; anche il Mondiale per Club è stato completamente ripensato, trasformandosi in una competizione quadriennale a 32 squadre. L’obiettivo dichiarato è rendere il calcio realmente globale, portando più federazioni, club e mercati all’interno delle principali competizioni FIFA. Parallelamente, il calcio giocato passa dall’era analogica a quella tecnologica. Durante i Mondiali di Russia 2018, debutta il VAR per diventare poi uno standard internazionale, mentre in Qatar nel 2022 entra in gioco anche la Tecnologia del Fuorigioco Semiautomatico (SAOT). All’espansione commerciale, dunque, si accompagna l’espansione tecnologica e con essa si trasforma anche il modo in cui le partite vengono arbitrate. La vera trasformazione, tuttavia, si gioca sul piano economico e politico. L’aumento dei ricavi (quando Qatar 2022 chiude il ciclo finanziario FIFA 2019-2022, l’organizzazione registra un record di ricavi da 7,5 miliardi di dollari) alimenta programmi di redistribuzione come FIFA Forward attraverso i quali vengono finanziati infrastrutture e progetti calcistici delle federazioni affiliate, soprattutto quelle non autonome. Ciò contribuisce a costruire rapporti solidi tra la FIFA e le federazioni in Africa, Asia e nelle realtà calcistiche più piccole. Intanto il baricentro geografico del calcio mondiale si allarga oltre l’Europa: dopo il Mondiale in Qatar nel 2022 e quello in Nord America del 2026, il torneo del 2030 coinvolgerà 6 Paesi e tre Continenti, mentre l’Arabia Saudita ospiterà l’edizione del 2034. La FIFA si presenta come organizzazione realmente mondiale, mentre il Medio Oriente e i nuovi mercati dell’ecosistema calcistico assumono sempre maggiore peso politico ed economico. Allo stesso tempo, proprio quell’espansione che caratterizza l’era Infantino è tra i principali fattori della rottura con l’Europa. Dalla saturazione dei calendari al progetto, poi abbandonato, di organizzare il Mondiale ogni due anni, fino alle polemiche sul nuovo Mondiale per Club, la domanda è diventata sempre la stessa: quanto può continuare a crescere il calcio senza compromettere i propri equilibri? La FIFA di Infantino nasce quindi da una contraddizione destinata a diventare centrale anche nelle elezioni del 2027: l’espansione che ha aumentato ricavi, competizioni e capacità di penetrazione globale dell’organizzazione è anche quella che ha progressivamente deteriorato i rapporti con una parte del calcio europeo.

Il nodo del quarto mandato: perché Infantino può ricandidarsi

La recente candidatura di Infantino apre anche la questione del numero di mandati stabiliti dallo Statuto FIFA, ovvero tre cariche quadriennali. Il dirigente svizzero può concorrere per rimanere in carica fino al 2031 perché il suo primo periodo alla guida della Federazione non viene conteggiato. Infantino, infatti, fu eletto nel febbraio 2016 durante un Congresso straordinario, subentrando a Blatter e completando il mandato iniziato dal suo predecessore. Quel periodo, conclusosi nel 2019, non viene considerato dalla FIFA un mandato pieno ai fini del limite previsto dallo Statuto. Il conteggio ufficiale parte quindi dalla successiva elezione: 2019-2023 è il primo mandato, 2023-2027 il secondo e 2027-2031 sarebbe il terzo e ultimo. Infantino potrebbe così rimanere alla guida della FIFA per 15 anni, pur rispettando formalmente il limite dei tre mandati conteggiati dall’organizzazione. L’interpretazione, d’altro canto, non è priva di contestazioni. Alcuni oppositori sostengono che escludere il periodo 2016-2019 dal conteggio tradisca lo spirito delle riforme introdotte proprio dopo la lunga presidenza Blatter, quando i limiti di mandato furono concepiti come uno degli strumenti attraverso cui evitare un’eccessiva concentrazione del potere ai vertici della FIFA.

Perché l’Europa si è ribellata a Infantino

Nello scontro tra Infantino e Europa, la questione dei mandati è soltanto uno dei fronti aperti. Il vero terreno dello scontro sembra riguardare la direzione nella quale Infantino vuole portare la FIFA. Negli ultimi anni le tensioni con la UEFA, le leghe europee e i sindacati dei calciatori si sono concentrate soprattutto sull’espansione delle competizioni internazionali e sulla conseguente congestione del calendario. Più tornei e più partite significano maggiori opportunità commerciali per la FIFA, ma anche meno spazio per campionati e coppe continentali e un carico crescente per i calciatori. La crisi si è ulteriormente aggravata lo scorso luglio, subito dopo la fine dei Mondiali, quando Infantino ha avanzato la proposta di un progetto detto FIFA Forward Enterprises che prevedeva la creazione di una sussidiaria commerciale legata ai Mondiali, con l’obiettivo di cedere una quota del 20% a fondi di investimento privati (tra cui i colossi statunitensi JP Morgan e Thrive Capital, quest’ultimo fondato e guidato dal fratello del genero di Donald Trump) per un valore di 20 miliardi di dollari.

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La proposta, accusata di voler “privatizzare” il calcio globale, ha provocato una dura reazione europea. Al motto di “il calcio non è in vendita”, le Nazionali europee hanno minacciato di boicottare i Mondiali e le altre competizioni FIFA mentre la UEFA ha annunciato una denuncia penale per possibile cattiva gestione finanziaria. La risposta delle federazioni ha spinto Infantino a ritirare il progetto ma il passo indietro non è riuscito a colmare la profonda frattura tra le due fazioni: mentre la FIFA punta ad ampliare il valore e la dimensione commerciale delle sue competizioni, l’Europa teme di perdere controllo, spazio e centralità nel calcio globale e parla di “fiducia infranta”. È in questo contesto che diverse federazioni europee hanno deciso di non sostenere la nuova candidatura di Infantino, in linea con le posizioni del presidente della UEFA Aleksander Čeferin.

Anche l’Italia rompe con Infantino

Tra le federazioni contrarie a un nuovo mandato di Infantino c’è anche la FIGC: lo scorso 26 agosto, infatti, il presidente della Federcalcio Giovanni Malagò ha annunciato il ritiro del proprio sostegno alla candidatura del presidente uscente, schierandosi con il fronte europeo.

Foto di FABIO CIMAGLIA / ANSA

A inizio agosto la Football Association inglese e la Football Association of Wales erano state le prime federazioni membro della FIFA ad opporsi apertamente alla rielezione di Infantino, seguite da Scozia e Irlanda del Nord, da Svezia, Norvegia, Finlandia, Danimarca, Islanda e Isole Faroe, e, infine, dalle federazioni fondatrici: la FIGC, la francese FFF, la federazione tedesca e la federazione belga. Alle posizioni europee si sono unite anche la confederazione nordamericana, la CONCACAF guidata da Victor Montagliani e la AFC asiatica. La scelta italiana, dunque, si inserisce nel confronto sulla governance del calcio mondiale e sul modello di sviluppo perseguito dalla FIFA. Nel materiale raccolto, tra i temi richiamati dalla posizione federale figurano sostenibilità economica, tutela della salute dei calciatori, merito sportivo e opposizione a una crescente finanziarizzazione del calcio. La decisione non è stata peraltro completamente indolore all’interno della stessa Federazione. Tra le diverse voci, tra cui quella del consigliere federale e presidente della Lega Calcio Serie A Ezio Simonelli, sono emerse perplessità sulla scelta di esporsi così nettamente con largo anticipo rispetto al voto e senza attendere che diventassero più chiari gli equilibri e le eventuali candidature alternative. La rottura italiana ha quindi un peso politico e simbolico importante. Sul piano strettamente elettorale, però, racconta anche il principale limite della rivolta europea. Perché alle elezioni FIFA il prestigio, il fatturato e la storia calcistica di una federazione non attribuiscono alcun voto aggiuntivo.

Una federazione, un voto: perché l’Europa non controlla le elezioni FIFA

A sostenere la posizione di favorito di Infantino alle prossime elezioni è anche il principio “one member, one vote”, codificato nello Statuto FIFA e alla base dell’elezione del presidente. Ogni federazione affiliata dispone infatti di un voto, indipendentemente dalla popolazione del Paese, dal valore economico del campionato o dai risultati ottenuti sul campo. Dalla più piccola alla più potente, ogni federazione ha quindi lo stesso peso nella cabina elettorale. Nonostante ospiti buona parte dei campionati e dei club più ricchi del pianeta, concentri enormi ricavi commerciali e televisivi ed eserciti una straordinaria influenza sportiva, il peso elettorale della UEFA dipende esclusivamente dal numero delle federazioni affiliate: 55 sulle 211 che compongono la FIFA, 210 considerando la sospensione della federazione nepalese. Il fronte europeo, dunque, anche se fosse perfettamente compatto, non potrebbe controllare da solo l’elezione. È qui che emerge uno dei grandi paradossi della governance del calcio mondiale: il potere economico non si traduce automaticamente in potere elettorale. La presidenza FIFA diventa così un esercizio di diplomazia globale. Per governare il calcio mondiale non basta convincere le grandi potenze: occorre costruire una rete di consenso tra decine di federazioni che, pur avendo dimensioni economiche profondamente differenti, possiedono lo stesso peso al momento del voto. Ed è precisamente su questo terreno che Infantino ha costruito una parte importante della propria forza.

La geografia del consenso: perché Infantino resta favorito

Nonostante l’opposizione europea, Gianni Infantino dispone di una solida rete di sostegni fuori dal Vecchio Continente. Il blocco più solido è quello della CAF, la Confederazione Calcistica Africana guidata da Patrice Motsepe, che conta 54 federazioni. Le federazioni africane sono tra le prime a beneficiare dei fondi di sviluppo del programma FIFA Forward. La politica di redistribuzione, in alcuni casi determinante per lo sviluppo del calcio nazionale, diventa così uno degli elementi principali attraverso cui si consolidano relazioni e alleanze. Tra i più forti sostenitori c’è il Marocco che nel 2027 ospiterà l’elezione e nel 2030 co-ospiterà la prossima edizione della Coppa del Mondo. Nel blocco asiatico, nonostante la posizione contraria dello sceicco Salman bin Ibrahim Al Khalifa, presidente della AFC, al progetto di privatizzazione di Infantino, il presidente uscente conta sull’appoggio di alcune influenti federazioni mediorientali, come Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Libano e Iraq, e su altre nazioni asiatiche minori come Sri Lanka e Bhutan. Anche la CONMEBOL di Alejandro Domínguez continua a rappresentare un interlocutore fondamentale negli equilibri della presidenza FIFA, a cui si uniscono il Messico che si distanzia dalla posizione del CONCACAF e la confederazione oceanica ad eccezione della Nuova Zelanda.

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Naturalmente, sostegno pubblico e voto non sono sinonimi: l’elezione avviene a scrutinio segreto e nei mesi che ci separano dal Congresso di Rabat gli equilibri possono cambiare. Ma la distribuzione geografica degli appoggi mostra perché la perdita del consenso europeo non equivalga necessariamente alla perdita della maggioranza. Infantino può dunque essere più contestato senza essere necessariamente più debole.

Chi può sfidare Infantino?

Il fronte contrario al presidente è poi indebolito dall’assenza di un’alternativa forte alla candidatura di Infantino. In vista della chiusura della finestra di presentazione delle candidature, non è ancora emersa una figura capace di trasformare la protesta in una coalizione elettorale globale. Tra i nomi più quotati per guidare l’opposizione compaiono quelli del presidente della CONCACAF Victor Montagliani e della presidente della Federcalcio norvegese Lise Klaveness. Nessuno dei due tuttavia ha finora costruito una candidatura ufficiale. Altri nomi, invece, hanno già fatto sapere di non essere intenzionati a candidarsi: tra questi ci sono il già citato Čeferin, principale antagonista politico del presidente FIFA, e il qatariota Nasser Al-Khelaïfi, presidente del Paris Saint-Germain e dell’European Football Clubs. Nell’attuale contesto, non si tratta solo di trovare un nome prestigioso e d’esperienza ma di individuare un candidato capace di sottrarre voti a Infantino fuori dall’Europa. Un candidato sostenuto solo dalla UEFA, infatti, rischierebbe di riprodurre esattamente la debolezza che oggi caratterizza la rivolta europea: un enorme peso economico e mediatico, ma una base elettorale insufficiente.

L’Europa resta il centro economico, ma non è più il centro politico?

Gianni Infantino potrebbe arrivare alle elezioni del 2027 con un’opposizione europea molto visibile ma controbilanciata da una rete internazionale di relazioni che, al momento, lo rende il principale favorito alla guida della FIFA. Oltre le scelte e le riforme introdotte negli ultimi 10 anni, la sua forza deriva dal principio “una federazione, un voto” che annulla la distanza tra il calcio delle grandi federazioni europee e quello delle piccole associazioni nazionali. La contestazione europea contro Infantino e contro il suo modello di crescita, dunque, non potrà trasformarsi in un cambio di presidenza senza tenere in considerazione quella parte del mondo calcistico che negli ultimi 10 anni ha acquisito maggiore spazio, risorse e rappresentanza proprio durante la sua gestione. Le elezioni di Rabat potrebbero così raccontare meno la forza personale di Gianni Infantino che la trasformazione del sistema costruito durante la sua presidenza. Un calcio più ricco, tecnologico e globale, ma anche più frammentato nella distribuzione degli interessi e del potere. In questo nuovo equilibrio, l’Europa rimane il cuore economico del gioco, ma non può più dare per scontato di esserne anche il centro politico