Radici o business? Il calcio italiano e il tabù del nomadismo nel 2026

Dal mancato sbarco a Perth al futuro di San Siro: perché in Europa il club resta un “monumento” cittadino e non una franchigia USA

Dopo aver sfiorato il “punto di non ritorno” della partita di Serie A giocata a 13.000 chilometri di distanza da casa, il calcio italiano è forse destinato alla globalizzazione? In uno scenario sportivo dove le spinte economiche diventano tensione e il nomadismo diventa elemento strutturale, il modello club sembra resistere come ultima forma di difesa del campanilismo.

Il 2026 e la tentazione globale: il caso Milan-Como a Perth

Tra proprietà straniere, giocatori e allenatori “giramondo” e ristrutturazione degli stadi, il nomadismo è ormai uno dei tratti ricorrenti del calcio moderno. Le proprietà straniere sono ormai un trend in crescita, il cosiddetto nomadismo societario, e i “giramondo” una prassi consolidata, parzialmente incentivata anche dalla short-term strategy del calciomercato, ma si parla anche di nomadismo tattico quando un giocatore non viene relegato a un ruolo fisso ma interpreta attivamente le varie fasi del gioco. Il nomadismo calcistico propriamente inteso, invece, si riferisce storicamente a formazioni prive di un proprio stadio o campo locale, detti “ghost clubs”, assenti nel contesto italiano dove, invece, si parla di nomadismo in occasione delle sempre più frequenti ristrutturazioni degli stadi o di eventi straordinari che costringono i club a trovare alternative per allenamenti e partite in casa.

Il 2026, ad esempio, sembrava l’anno giusto per far sbarcare la Serie A all’estero. In occasione delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina, infatti, Milan e Como erano alla ricerca di uno stadio dove disputare il derby dell’8 febbraio, con San Siro non disponibile, e a tal proposito l’ipotesi era quella di spostarsi a Perth, in Australia, per la prima storica gara di un campionato europeo disputata all’estero. La FIGC si era detta d’accordo ma l’idea non aveva incontrato il favore dei tifosi e della UEFA e la partita è stata poi semplicemente spostata al 18 febbraio in quella che è stata definita una “occasione persa”. A Perth, dove si svolge il festival “Calcio Italiano”, le Big, in particolare Milan, Juventus, Inter e Palermo, saranno presenti il prossimo agosto per un ciclo di amichevoli all’Optus Stadium.

Nomadismo infrastrutturale: la sfida dei nuovi stadi da Milano a Bergamo

In futuro, però, Milan e Inter potrebbero essere costrette a trasferirsi temporaneamente in occasione del piano di ammodernamento del Giuseppe Meazza di Milano, sebbene la vendita dello stadio ai due club milanesi, e con essa la ristrutturazione, sia al momento appesa a un filo. Nel frattempo anche il Como 1907 deve fare i conti con uno stadio, il Giuseppe Sinigaglia, non proprio a prova di criteri: se meno di un anno fa il club è riuscito a strappare alla Lega l’agibilità, potrebbe non essere altrettanto fortunato in caso di ingresso in Champions League. Ancora una volta la dirigenza vuole evitare i trasferimenti, con il Mapei di Reggio Emilia e il Bluenergy di Udine in pole position, preferendo un piano di ristrutturazione lampo che riesca a soddisfare le linee guida obbligatorie della UEFA. A proposito di lavori lampo, ne sa qualcosa il Pisa, che l’anno scorso ha dovuto adeguare la Cetilar Arena dopo il ritorno in Serie A che mancava da 34 anni. Il Sassuolo, invece, rientrato in A dopo una sola stagione in cadetteria, resta al Mapei Stadium di Reggio Emilia (mentre l’Enzo Ricci cittadino si limita alla Sassuolo Femminile e alla Primavera), vero e proprio hub calcistico che nel corso degli anni ha ospitato, oltre alla Reggiana che milita in Serie B e al Sassuolo, anche la bergamasca Atalanta tra il 2017 e il 2019 prima del completamento dei lavori al Gewiss Stadium (oggi New Balance Arena). Se si guarda alla Serie B, invece, il discorso sul nomadismo assume sfumature diverse: la FIGC, infatti, prevede deroghe specifiche per le società neopromosse o per quelle che possono vantare progetti di ammodernamento già approvati, limitando il fenomeno della “casa lontano da casa” con i club che restano nei propri impianti anche se non pienamente conformi. Bisogna anche sottolineare che i criteri per la cadetteria sono più morbidi rispetto alla massima serie, con ad esempio una capienza minima richiesta di 5.500 posti contro i 12.000 in Serie A (o gli 8.000 posti per la fase a girone e a eliminazione diretta per la Champions League, contro i 50.000 per la finale). Nonostante le maglie larghe della concessione, tuttavia, come in Serie A anche in Serie B la rappresentanza meridionale resta scarsa, con sole 9 squadre del Centro/Sud contro le 11 del Nord (che in prima serie diventano 5 contro 15), segno che la carenza infrastrutturale si riflette anche sullo sport ai massimi livelli.

L’identità come baluardo: la lezione del Wimbledon FC

Il calcio, dunque, sia esso italiano o europeo, tranne poche eccezioni, sembra volere a tutti i costi resistere all’allontanamento dal proprio territorio e le motivazioni sono molteplici. Da una parte c’è l’impatto economico dell’esilio, che include i ricavi azzerati degli stadi, le spese logistiche e il mancato guadagno del merchandising. Dall’altra c’è il ruolo giocato dal tifoso, cuore del club, che diventando “pellegrino” rischia l’alienazione o, peggio, la rivolta. Ne è un esempio il caso più controverso del calcio inglese, quello del Wimbledon FC. Quando a seguito di una crisi finanziaria, nel 2002, il club si trasferì a Milton Keynes diventando nel 2004 MK Dons (oggi militante in League Two), la tifoseria fondò l’AFC Wimbledon partendo dalla nona serie e risalendo fino alla League One, dove ancora oggi milita. L’episodio, che ha portato a una accanita rivalità tra i due club, è ricordato come un esempio di franchising che prevale sul legame comunitario. La prova che per i tifosi spesso è meglio, almeno nel calcio, ripartire dal basso che proseguire altrove.

Perché l’Europa non è l’America: la differenza tra club e franchigia

In uno scenario sportivo in cui l’influenza statunitense sembra conquistare sempre più spazio nel contesto europeo, tra lo sport-entertainment dei colossi tech e le logiche di business dei fondi di investimento, è proprio la differenza tra club e franchigia che attesta ancora una volta il divario tra il Vecchio e il Nuovo Continente. A differenza del modello sportivo statunitense, dove le franchigie sono licenze commerciali itineranti capaci di spostarsi per migliaia di chilometri alla ricerca di mercati più redditizi (come nel caso dei Rams della NFL, nati a Cleveland prima di trasferirsi a Los Angeles, St. Louis e ancora a Los Angeles), il calcio europeo affonda le proprie radici in un concetto di territorialità sacra. In Europa, il club non è un’azienda che “risiede” in una città, ma è l’emanazione diretta della sua storia, del suo quartiere e della sua stratificazione sociale. Il legame è di natura simbiotica: il nome della squadra coincide quasi sempre con quello del luogo geografico, rendendo lo sradicamento un’operazione culturalmente e politicamente inaccettabile. Per un tifoso europeo, la squadra rappresenta il campanile, un’eredità generazionale che si tramanda di padre in figlio e che trova nel perimetro urbano il suo unico spazio vitale. Spostare un club significherebbe recidere questo cordone ombelicale, trasformando una comunità di fedeli in semplici clienti e distruggendo, di fatto, il valore identitario (e quindi commerciale) del brand stesso. In questo contesto, lo stadio non è solo un impianto, ma un monumento cittadino: il calcio resta immobile perché è l’ultima forma di geografia sentimentale rimasta in un mondo globalizzato, il club-città come ultimo baluardo del campanilismo calcistico