Dopo il ko a Zenica, le dimissioni di Gattuso e la nomina ad interim di Baldini, il calcio italiano si avvicina alla data spartiacque del 22 giugno. Non è solo una questione di nomi, ma uno scontro su due fronti paralleli: chi siederà sulla poltrona di Presidente FIGC e chi prenderà il comando di una Nazionale ferita e ancora senza una guida definitiva.
Il “fronte politico” e il duello per la Presidenza: Malagò, Abete e la responsabilità del sistema
Il primo grande duello si consuma nelle stanze del potere, ed è un fronte prettamente politico perché riguarda la gestione del consenso e la visione strutturale del sistema-calcio. Giovanni Malagò si presenta come l’uomo della sintesi per i grandi club, avendo già incassato un sostegno che sembrava impensabile: 18 società di Serie A su 20 hanno sottoscritto la sua candidatura, vedendo in lui il manager capace di operare su un “paziente malato”, come dichiarato da Giuseppe Marotta (Presidente dell’Inter). Eppure, questo fronte apparentemente granitico si scontra con una resistenza che non è solo numerica, ma ideologica. La compattezza del vertice, infatti, è stata incrinata dal dissenso di Claudio Lotito (Lazio) e Italo Zanzi (Verona). La loro posizione non è un attacco frontale alla figura di Malagò, ma una questione di metodo e di architettura legislativa. Lo stesso Lotito è stato categorico nel denunciare l’obsolescenza delle regole attuali:
Le elezioni vengono indette con la legge 91 del 1981, una legge di 45 anni fa. Non va bene. Il nome non c’entra, se una cosa non funziona va ristrutturata. Il sistema va ridisegnato.
Secondo il patron biancoceleste, discutere dei nomi prima dei programmi e della riforma del sistema significa, insomma, condannarsi all’immobilismo. Dall’altra parte, la sfida prende corpo con la candidatura di Giancarlo Abete. L’attuale numero uno della Lega Nazionale Dilettanti ha rotto gli indugi subito dopo l’accordo della Serie A su Malagò, confermando la sua disponibilità a correre per la presidenza:
C’è stata questa accelerazione con l’investitura di Malagò, se l’impostazione è questa noi seguiremo la stessa.
Abete non si limita a osservare, ma rivendica il peso della “base” (che vale il 34% dei voti) e delle politiche giovanili, sottolineando che “non basta una persona per risolvere i problemi” e che serve un programma condiviso anziché una fuga in avanti dei grandi club. In questo clima di tensione, le parole del Ministro Andrea Abodi chiariscono perché questo fronte sia squisitamente politico:
Quando qualcosa non funziona è sempre colpa della politica.

Nel dichiararlo, il Ministro fa riferimento a un sistema che non ha preso decisioni cruciali nonostante anni di ampio consenso. Secondo Abodi, il duello tra Malagò e Abete è solo “lo strumento”, mentre l’obiettivo deve essere quello di correggere ciò che è rimasto immobile troppo a lungo.
Il fronte tecnico: Il “sogno” Conte e la “noia” di Fabregas
Mentre i palazzi discutono di pesi elettorali, il campo reclama un’anima, ma si scontra con una crisi d’identità del ruolo stesso di Commissario Tecnico. Se il nome di Antonio Conte resta l’unica scossa possibile per risollevare le macerie di Zenica, tallonato da profili di peso come quello di Massimiliano Allegri, le parole di Cesc Fabregas aprono una voragine sulla percezione della panchina azzurra:
Allenare una Nazionale? Un giorno forse arriverà, però adesso sono troppo allenatore, io mi devo sentire tutti i giorni in campo. Essere allenatore della Nazionale in questo momento per me è un po’ ‘noioso’. Quando sarò un po’ più vecchio… forse vedremo.

In questa “noia” confessata dal tecnico del Como c’è tutto il paradosso del calcio moderno. Per un allenatore abituato all’adrenalina quotidiana e alla crescita costante dei giovani, la Nazionale rischia di apparire come un ufficio di rappresentanza fatto di lunghe attese e brevi fiammate. È il sintomo di un ruolo che ha perso appeal per i “costruttori” di calcio, trasformandosi in una gestione burocratica di talenti che il sistema fatica a produrre. Senza un programma tecnico che rimetta il CT al centro di una filiera produttiva (giovanili, centri federali, riforme), la panchina dell’Italia continuerà a essere vista come un lussuoso prepensionamento o un peso ingombrante, piuttosto che come la massima aspirazione di un professionista.
Le parole di Abodi: un programma per dare senso al dolore, oltre la disfatta di Zenica
In questo scenario, le riflessioni di Abodi suonano come l’ultima chiamata per i delegati del 22 giugno. Non basta vincere le elezioni, serve evitare che il fallimento sportivo diventi un vuoto a perdere.
A prescindere dai nomi serve una definizione dei programmi: l’esperienza dolorosa dal punto di vista sportivo contro la Bosnia rischia di non avere nemmeno un senso se gli interessi individuali non sono in sintonia con quelli complessivi.
La sfida è dunque lanciata: chiunque uscirà vincitore dal duello politico dovrà avere il coraggio di “definire programmi per dare un senso al ko con la Bosnia”. Senza una linea ben definita e condivisa, il 22 giugno non sarà una rinascita, ma solo l’ennesimo capitolo di una crisi senza fine.