La disperazione di Mancosu, la moglie e la figlia a consolarlo: esiste ancora il calcio “bello”

Una scena straziante è quella che ha visto protagonista il centrocampista del Lecce Mancosu, disperato dopo la retrocessione e consolato da moglie e figlia

Esiste ancora il calcio “bello”. Purtroppo, a volte, ce ne dimentichiamo. Le nuove frontiere, il potere delle tv, lo “spezzatino”, i grandi magnati dall’estero. Tutti fattori che spesso ci portano a pensare che non ci sia più quel sano romanticismo di una volta. E’ la verità. Ma ogni tanto è giusto mettere in luce le poche eccezioni.

Marco Mancosu è stato uno dei protagonisti del Lecce in questa stagione, uno degli ultimi a mollare. 31 anni ed una Serie A (a parte qualche presenza al Cagliari ad inizio carriera) ritrovata – immeritatamente – tardi. Per quanto dimostrato in campo, infatti, avrebbe potuto esserci già da tempo tra i grandi del pallone. Ma decide di conquistarsela e guadagnarsela da solo, quella categoria. Nel 2016 passa al Lecce: due anni di C e poi il doppio salto, B e subito A. Ed è forse anche per questo che ieri, dopo il fischio finale della sfida interna contro il Parma che ha sancito il ritorno in cadetteria dei salentini, il centrocampista giallorosso è tornato in campo. Da solo. Al centro. In un Via del Mare deserto. A piangere. A consolarlo, la moglie e la figlia. Una scena straziante, per chi ancora guarda al lato sano e romantico del calcio. Un giocatore che conquista con le unghie e con i denti la Serie A con la sua città d’adozione e che se la vede sfumare all’ultima giornata di una calda sera d’agosto, con lo stadio vuoto e al termine di una stagione che definire anomala è eufemismo.